Brucia ancora la ferita? O dopo un anno e mezzo fa meno male?

Quello di How I Met Your Mother (ieri i dieci anni dal debutto) è stato il finale che, per vari motivi, ha spiegato perché la vita non va mai come uno si aspetterebbe e come le attese e le illusioni sono fatte per essere smentite. L’amore e l’amicizia esistono solo circoscritte in momenti perfetti, che sono belli da vivere e da guardare, ma poi spetta a noi distogliere lo sguardo in tempo prima tutto vada in rovina. Che è un po’ la storia della serie e di quello che ha raccontato per nove anni. Craig Thomas e Carter Bays, troppo vincolati ad un finale realizzato anni prima, hanno proceduto incuranti di quello che sarebbe dovuto essere e, nel momento decisivo, hanno tirato con forza le fila del discorso, strappando i legami tra i personaggi. Sono stati cattivi e ingiusti, ma forse non incoerenti.

Seguiamo una storia, ci affezioniamo ai personaggi, immaginiamo per loro il futuro migliore e, elemento da non sottovalutare, siamo felici quando la scrittura ci dà esattamente ciò che ci aspettavamo. Che qui vuol dire il gruppo che rimane insieme per una birra ogni tanto, Marshall e Lily con la loro famigliola felice che realizzano i loro sogni, Barney che finalmente matura e trova la felicità con Robin, Ted e Tracy insieme a ripararsi sotto l’ombrello giallo in un momento che dura per sempre. E non è un caso che in questa descrizione Robin sia non protagonista, ma compagna di qualcun altro, lei che è sempre stata lo strumento narrativo per eccellenza della serie.

Thomas e Bays invece alzano il sipario dopo che la recita è finita, ci permettono di guardare al dietro-le-quinte, al dopo “e vissero per sempre felici e contenti”, e svelano una realtà più triste. Marshall ha ottenuto il lavoro della sua vita, ma Lily ha avuto poche gratificazioni, il gruppo si scioglie, Barney e Robin, dopo tre stagioni di cui una interamente dedicata al loro matrimonio, si separano in un lampo, Tracy muore off-screen e tutto torna esattamente al punto di partenza e al corno blu. E partono le proteste da buona parte del pubblico. Partono perché il senso di una storia, ci è stato insegnato, è il percorso di maturazione, l’evolversi costante attraverso una serie di esperienze anche negative per arrivare da A a B, e non da A ad A, ma venticinque anni dopo.

Gli autori hanno sicuramente il demerito di aver nutrito queste aspettative nelle ultime stagioni (lo stacco tra la stagione del matrimonio, forse la migliore delle ultime, e la notizia della separazione è traumatico) e di essersi vincolati a quel finale ideato molti anni prima per una serie che non sarebbe dovuta arrivare, nei piani, a nove stagioni. Eppure. Eppure le avvisaglie in senso opposto ci sono. Barney e Robin non sono fatti per stare insieme, possono appoggiarsi quanto vogliono ad un ideale di amore romantico, ma il primo rimane un uomo d’azione non fatto per i legami e la seconda una donna ossessionata dal lavoro. La morte di Tracy è buttata là svogliatamente dalla scrittura, ma non è in contrasto con le motivazioni di Ted nel racconto ai figli. Il gruppo che si scioglie… beh, questa è la vita. Alcune cose vanno avanti mentre altre, come Ted che tiene fede a una delle costanti del racconto (forse LA costante), cioè la sua infatuazione senza senso per Robin, ritornano a completare un racconto circolare.

Funziona? No, non può funzionare. Perché avvertiamo che quel corno francese emette una nota stonata, perché Ross e Rachel devono stare insieme, perché J.D. deve immaginare di sposare Elliot, e perché, diciamocelo, nel confronto tra Robin e Tracy davvero non c’è storia. Eppure questa è la vita.