A noi Millenials gli anni ottanta piacciono.

Certo, non ho ancora ben capito quale sia la fascia d’età abbracciata dalla categoria di cui sopra perché tutti finiscono per usarla sempre un po’ come vogliono… Però so con certezza che chi ha più di 30 anni e meno di 40 ha un vero e proprio chiodo fisso per la decade in cui le giacche con le spalline imperversavano e nessuno, vedendo il video di Club Tropicana degli Wham!, si sarebbe mai e poi mai immaginato che un domani lo sciupafemmine George Michael sarebbe stato beccato dalla polizia in atteggiamenti abbastanza intimi con un uomo all’interno di un bagno del Will Rogers Memorial Park a Beverly Hills.

Club Tropicana

In realtà penso anche che buona parte del nostro amore verso gli 80’s derivi anche dal fatto che hanno rappresentato una perenne promessa di ottimismo e benessere.

Ammetto di essere stato sempre abbastanza ansioso. Posso affermare senza remore che, nel 1986, ero letteralmente terrorizzato dalla prospettiva di veder crescere una seconda testa sulle mie spalle a causa delle radiazioni di Chernobyl, ascoltavo con malcelato timore i proclami bellici di un Mu’ammar Gheddafi che prometteva di bombardare la Sicilia un giorno sì e l’altro pure e, pur non avendo a 6 anni un quadro ben preciso circa le malattie e infezioni sessualmente trasmissibili, le persone contornate di viola della pubblicità progresso contro l’AIDS mi inquietavano parecchio. Ma, diamine, erano gli anni d’oro dei Gremlins, del George Lucas pre-Trilogia dei prequel, del trionfo degli animatronic al cinema, di David Bowie in Labyrinth, della Amblin Entertainment. Un periodo magico e irripetibile in cui i semi dell’attuale trionfo della cultura nerd e geek (già, perché nel caso non ve ne siate accorti abbiamo vinto già da un pezzo) venivano sparsi su un terreno che – di lì a qualche lustro – avrebbe cominciato a donare piante splendide e rigogliose.

Che sarebbero però spuntate e cresciute in un post Y2K che “l’ottimismo e il benessere” di cui sopra, li ha lasciati confinati ai finali dei Goonies e Un Biglietto in Due perché quello che stiamo vivendo è un presente che diventa ogni giorno più simile alle previsioni di Blade Runner e 1997: Fuga da New York. Su come sarà il futuro meglio stendere sopra il proverbiale velo. Personalmente propendo per un letale mix fra Mad Max e Terminator.

Però, in questo 6 novembre che segna il 33esimo anniversario della scomparsa del piccolo Will Byers, sono qui per parlare di Stranger Things, la serie TV Netflix ideata e realizzata da Matt e Ross Duffer, classe 1984 guardacaso.

Due che nell’illusione regalata dagli anni ’80 agli Under 10, ci sono rimasti invischiati e intrappolati come quei milioni d’individui sparsi sulla Terra che hanno poi garantito il trionfo dello show disponibile sulla popolarissima web tv.

Non ho avuto modo di vederla al day-one – mi trovavo a Londra per la Star Wars Celebration – né tantomeno me la sono vista in un’unica sessione di binge watching. Non sono un grande fan di questa pratica. Sono più che altro un grande sostenitore della libertà di visione garantita da una piattaforma come quella di Mr. Reed Hastings: voglio essere io a decidere cosa, come, quando e quanto vedere di una serie tv, non gli addetti al palinsesto di questo o quel canale televisivo.

“Ho visto Stranger Things, è bella, ma sicuramente a te e a quelli della tua età piacerà di più perché è tutta collegata al mondo della vostra infanzia”
stranger things missing

È questo – grossomodo – il messaggio privato che mia madre (spettatrice onnivora da sempre) mi ha inviato su Facebook intorno al 20 luglio, ed è per tale considerazione che, insieme alla mia compagna, ho optato per una visione a cadenza quasi quotidiana delle avventure di Undici, Will, Mike, Dustin e Lucas.

Eppure, nonostante io mi sia innamorato istantaneamente di Stranger Things fin dal font kinghiano e dalla sigla carpenteriana, ho afferrato piuttosto di recente la sua effettiva raffinatezza. È accaduto giusto qualche giorno fa, dopo aver terminato di leggere Player One, il libro di Ernest Cline che si appresta a diventare un film diretto da uno dei (tanti) padri putativi dei Duffer Bros.: Steven Spielberg.

Spero davvero che quando, nel 2018, il lungometraggio arriverà nei cinema possa garantire la stessa dose di divertimento geek della pagina scritta (ma tanto quel ragazzone dietro la macchina da presa ha qualche annetto di esperienza e non ho particolari timori). Eppure, mentre il mio apparato visivo divorava con voracità le linee di testo nate dalla testa di Mr. Cline, non potevo fare a meno di pensare a quanto fosse tutto esagerato, ostentato, esibito. In ogni pagina lo scrittore inserisce, in un’avventura young adult alquanto convenzionale e prevedibile, un quantitativo abnorme di riferimenti agli anni ’80 che, pur strutturali ai fini della narrazione, finiscono quasi per stancare.

“Certo che Stranger Things è un’altra cosa” ho pensato automaticamente e ben più di una volta mentre mi trovavo davanti al tomo edito in Italia dalla defunta ISBN Editrice.

Quella proposta da Netflix una dichiarazione d’amore verso gli anni ottanta, è palese, ma è la cura riposta nella sua scrittura a elevarla a un rango più alto di versione moderna dei Canti d’Ossian (scusate, con questa vi costringo probabilmente a cliccare su wikipedia).

I riferimenti ad Alien, a La Cosa, a E.T., ad Akira, ai romanzi di King pre’90, non vengono mai buttati lì perché i Duffer Bros. bebbano in qualche modo dimostrare di “aver fatto a modino tutti i compiti”, ma come elementi portanti dell’edificazione tanto della storia quanto dei personaggi e del contesto in cui agiscono. Personaggi che, fra le altre cose, viaggiano su tre differenti registri narrativi, come probabilmente avrete notato già da soli (c’era anche un popolare post che girava su Facebook tempo fa se non erro). I vari gruppi di protagonisti, i bambini, gli adolescenti e gli adulti, vivono tre film diversi: il classico sci-fi stile E.T. – L’Extra-terrestre o Navigator con spolverate di Carrie e Fenomeni Paranormali Incontrollabili i primi, l’avventura da Goonies o Piramide di Paura con venature di monster movie i secondi e il thriller cospirativo in cui è il Governo a essere il cattivo gli ultimi. E lo fanno in maniera così sensata e precisa che è impossibile non finire per appassionarsi alle vicende di ognuno di loro, qualità che ogni serial tv o film dovrebbe avere per elevarsi dalla massa abnorme dell’attuale, sterminata offerta di fiction sul piccolo e sul grande schermo. Non c’è didascalismo, non ci sono inutili digressioni spiegone che annacquano il plot. Se l’internet intera è riuscita ad amare e a riservare un posticino nel proprio cuore collettivo anche per la malcapitata e sfigatissima Barb – presente in scena per un totale di dieci minuti prima di diventare la merenda/bozzolo del Demogorgone – forse il motivo è profondo, viscerale ed esula dal fatto che oggigiorno ogni cosa è un potenziale meme da 30 secondi di popolarità globale sui social. Mi ricordo, da qualche parte, di aver letto che Stranger Things sia, a livello di sceneggiatura, carente in materia di figure genitoriali. Una pecca che, in realtà, non esiste. Non è forse Winona Ryder la protagonista di una delle storyline principali? Il dramma personale vissuto dallo sceriffo di David Harbour non conta? E di Mamma e Papà Wheeler ne vogliamo parlare?

È per questo che il mondo è impazzito per Stranger Things e aspetta con estrema ansia di scoprire come proseguiranno le vite degli abitanti di Hawkins, quali orrori si nascondano ancora nel “Sottosopra”. Ed è per la perfezione della scrittura della serie unita all’amore genuino – più che tassonomico ed enciclopedico stile Player One – provato dai Duffer verso l’universo cinematografico, televisivo e ludico (Dungeons & Dragons come metafora di vita) dei favolosi anni ottanta che la sfida posta dalla seconda stagione di Stranger Things è più complicata del riuscire a sfuggire alle grinfie di un Demogorgone deciso a fare pausa pranzo.

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