Tutte le innovazioni, le migliorie e le tragedie del mondo di Black Mirror (che è poi il nostro, un paio di passo avanti e con tutte le peggiori decisioni ormai prese) passano dal guardare o essere guardati. Non c’è problema, questione irrisolta o intreccio di trama che non si risolva in una questione di persone che vedono o guardano diversamente altre persone, ogni inquietudine sta in ciò che viene visto. Modificando la tecnologia o prevedendone i peggiori esiti, Charlie Brooker finisce sempre a temere che un cambio nella maniera in cui guardiamo le cose ci cambi definitivamente, sbilanciando il rapporto tra i nostri pregi e i nostri difetti.

A partire dall’importantissimo primo episodio della prima stagione, quello che ha settato toni e temi, che impressionato tutti e ha fatto innamorare di un nuovo modo di affrontare ciò che ci assilla del presente trasferendolo nel futuro, Black Mirror ha messo i suoi personaggi nel ruolo di spie o spiati. A dare potenza a quell’episodio non è solo l’idea del primo ministro britannico che deve effettivamente fare sesso con un maiale, ma il fatto che sia obbligatorio che tutti lo vedano in televisione e poi ancora la maniera in cui tutti lo vogliono vedere, ne capiscono il dramma, comprendono quanto sia sbagliato tutto quanto, ma comunque desiderano guardare. I social network che funzionano da controllo ubiquo passano quasi in secondo piano di fronte alla sete di sguardo.

Sarà poi il secondo episodio, 15 Milioni Di Celebrità, con i suoi schermi ubiqui che “vanno guardati” obbligatoriamente, a confermare l’idea che guardare qualcosa ha un’influenza incalcolabile su quello che pensiamo. È un tema che il cinema affronta regolarmente da tantissimo tempo con punte altissime di riflessione e metariflessione (perché poi il cinema stesso è l’arte che si fruisce guardando e con le immagini vuole fare la differenza), ma che la televisione non aveva mai preso di petto in questa maniera. E già al terzo episodio, alla chiusura della prima stagione, con Ricordi Pericolosi, si chiude un ragionamento esplicitandolo. Lì una tecnologia che cambia proprio le pupille, una lente che permette di vedere e rivedere continuamente la propria vita, muta i rapporti umani, devasta le persone, annienta la parte migliore dei personaggi. Guardare troppo.

La seconda stagione comincia con il sonoro. Torna Da Me racconta di una donna che riascoltando la voce e i pensieri del marito morto (ricostruiti da un’intelligenza artificiale) finisce persa nel senso di desiderio e desidera un surrogato robotico. Ma già il secondo episodio, Orso Bianco, presenta un pubblico inquietante nel momento di massimo sconvolgimento e paura, in quello più cupo e duro. Infine Vota Waldo! maschera una persona e un pensiero, gli dà una nuova forma. Presentandosi diversamente, come un comico, come un pupazzo, un essere di sintesi, un pensiero radicale trova la sua strada. La politica è spettacolo (e lo sappiamo già) ma questo spettacolo è uno della visione.

In Bianco Natale poi ci sarà una delle intuizioni più forti di tutta la serie, il fatto che in un futuro in cui tutti hanno le consuete (per Black Mirror) lenti a contatto tecnologiche, sarà possibile bannare qualcuno dalla propria vita levandogli il diritto ad essere visto da tutti ma anche a vedere certe persone, la piaga peggiore possibile. Il diritto a cui non avevamo pensato, quello inalienabile ad essere visto e vedere.

La terza stagione allora parte avendo già esplorato a fondo il tema centrale e pronta a declinarlo diversamente. Per questo forse nel primo idilliaco episodio, Caduta Libera, la facciata che va tenuta, il modo in cui ci si fa vedere dagli altri è importante ma in fondo secondario rispetto al concetto di farsi valutare, di compiacere e quindi piacere a tutti i costi per timore del giudizio sociale. Però poi già Giochi pericolosi fa vivere un’Odissea al proprio personaggio che è un’illusione ottica, e con ancora più decisione Zitto e Balla spaventa i suoi protagonisti con il timore che immagini di quel che hanno fatto siano divulgate. Tutti li vedranno fare quel che non vorrebbero essere visti fare e quindi devono obbedire agli ordini di un’entità che non conoscono ma che li guarda ovunque vadano.

San Junipero è molto più lieve nel suo immaginare un mondo ideale in cui vedere intorno a sé solo anni ‘80 e farsi vedere giovani e belli, così come poi la conclusione con Odio Universale sarà anch’essa lieve dal punto di vista dello sguardo (ma meno da quello del controllo sociale degli uomini su altri uomini, lo stesso tema del primo episodio). È allora Gli Uomini e il Fuoco, il penultimo episodio, a chiudere il ragionamento anche stavolta andando dritto al punto. La guerra è una mistificazione, i soldati vedono cose che non sono reali, vedono le vittime modificate per essere mostruose, materializzazione del concetto alla base della propaganda, ovvero dipingere il nemico per quello che non è, così che sia più facile combatterlo, odiarlo e infine ucciderlo, non vedendo in lui la parte umana. E che momento fantastico quello dello svelamento della violenza verso un umano! L’avevamo già vista verso un mostro ma la stessa immagine con un volto umano è devastante.

Tutte insieme però queste storie vanno anche oltre le singole suggestioni e parlano del desiderio insopprimibile di apparire e di guardare gli altri per quello che veramente sono, non nel senso positivo ma in quello sordido. Guardare gli altri essere ciò che ci nascondono, fare quello che non vogliono ammettere di fare, essere peggiori, ma al contempo mostrarci a loro come migliori. Black Mirror inserisce in questo l’evoluzione della tecnologia che oggi usiamo in gran parte per mostrarci migliori, per ripulire la nostra immagine, rivoltandocela contro. Non quindi le macchine che si ribellano a noi ma gli strumenti di ridefinizione della nostra identità che si ribellano contro di noi.