La chiesa di Roma si presta poco al mezzo cinematografico. Perennemente sospesa fra la santità del soglio di Pietro e il piccolo cabotaggio del potere papalino, l’erede degli insegnamenti di Gesù Cristo fatica a farsi inquadrare dall’occhio – per forza di cose selettivo – della telecamera.

Paolo Sorrentino in The Young Pope non ci racconta il Magistero Vaticano e, passate le primissime puntate, non pare più neppure troppo interessato alla carriera di Pio XIII, al secolo Lenny Belardo.

Il giovane papa è la chiave, nostra e del regista, per esplorare un mondo costretto a vivere una tensione continua, il richiamo dell’eterno, di Dio forse, che si scontra con la finitezza dei suoi interpreti terreni. Pio XIII rispolvera l’antico Triregno papale (abolito da Paolo VI) e si fa accompagnare nella Cappella Sistina in piedi sulla sedia gestatoria ma nel suo privato indossa una semplice tuta bianca e confida al suo confessore di non credere all’esistenza di dio o, quantomeno, di nutrire fortissimi dubbi.

Se Nanni Moretti in Habemus Papam narrava il peso del potere con un Vicario di Cristo che “scappa” dal Vaticano e si rifugia nella normalità di una famiglia romana, Paolo Sorrentino segue un percorso diametralmente opposto. Pio XIII nasconde le sue contraddizioni rispolverando i paramenti papali più antichi, il guanto rosso, la sacra pantofola, fino quasi a scomparire dietro ai broccati e agli ori mentre cerca la pace non in mezzo ai fedeli ma nella splendida solitudine delle Mura Leonine.

Pio XII, il pontefice reale cui Lenny Belardo si ispira, durante un ferocissimo bombardamento di Roma nel 1943 “uscì tutto da solo tra la gente, e in mezzo a San Lorenzo spalancò le ali: sembrava proprio un angelo con gli occhiali”, il suo giovane successore, invece, non si concede mai, rifugge ogni momento di contatto, dio va cercato, si nasconde, non è negli occhi del prossimo tuo. Sorrentino prova a spingere all’estremo il magistero della Chiesa Cattolica immaginando un Vaticano in cui, al posto della Teologia della misericordia di Francesco, ha vinto l’ermeneutica della continuità teorizzata da Ratzinger. Accanto al granito dei principi, però, The Young Pope riesce a mostrare la fatica di ogni uomo o donna di fede, la continua, inestricabile contraddizione di un’istituzione umana (troppo umana) che agisce a immagine e somiglianza del divino.
La chiesa è il Cardinale Voiello che fotografa il Papa in atteggiamenti intimi con una ragazza o è il Cardinale Voiello che passa le sue serata assistendo un bambino disabile appena fuori da Via della Conciliazione? Pio XIII cerca di dare e darsi una risposta prima interpretando il suo pontificato come l’inizio di una grande rivoluzione reazionaria (pare un ossimoro ma ne esistono) poi capendo che il Papa, dopotutto, è l’ennesimo prete in cerca della fede, solo alla guida di un gregge composto da più di un miliardo di persone.

Sorrentino cerca di indagare l’insondabile dilemma di un uomo che, arrivato al vertice, vicinissimo a Dio, si scopre incapace di interpretare il mistero supremo

In uno dei dialoghi più duri dell’intera serie Jude Law chiede al suo padre spirituale un aiuto, un consiglio ma questi – accecato dall’invidia per non essere stato eletto Papa – gli risponde “non posso aiutarti, Lenny, ora sei tu il padre”. Pio XIII si definisce “un papa bambino”, non solo perché giovanissimo per gli standard episcopali ma, soprattutto, perché il suo rapporto con la religione e dio si risolve nel confronto con Dio Padre anziché con Gesù; Suor Mary ripete spesso al Papa “in te vedo il riflesso di Cristo”, il figlio e, proprio come il Nazareno anche Lenny Belardo ha un cedimento e chiede che venga allontanato da lui l’amaro calice. La vicenda di The Young Pope, dunque, non si risolve nella superficiale lettura del regista intellò che dissacra la Chiesa con le canzoni di Nada e la vestizione sulle note di I’m sexy and I know it. Sorrentino cerca di indagare l’insondabile dilemma di un uomo che, arrivato al vertice, vicinissimo a Dio, si scopre incapace di interpretare il mistero supremo. Così, come Sant’Agostino che guardando il mare comprende l’inafferrabilità del disegno divino, anche Lenny/Pio XIII dopo essersi immerso nel sacro accetta il terribile silenzio del signore e comincia a guardarsi attorno.

The Young Pope visto attraverso i fuochi d’artificio del genio visivo di Sorrentino è un classico coming-of-an-age declinato due volte: abbiamo il bambino Lenny ossessionato dall’abbandono dei genitori e abbiamo Sua Santità Pio XIII, ossessionato dal rapporto dei prelati con Dio. In entrambi i casi si tratta di fare i conti con i padri, biologici, spirituali e ultraterreni ma, come il protagonista intelligentemente ammonisce, ci si fa prete perché non si è capaci di diventare adulti, perché si desidera rimanere per sempre figli.

Lenny Belardo diventa così la metafora perfetta di un occidente che ha rottamato i padri ma pare incapace di raccoglierne l’eredità e la Chiesa, con la sua storia bimillenaria, si fa palcoscenico perfetto una grande commedia della vita che segna non solo il punto più alto della carriera di Sorrentino ma pure uno degli esperimenti più ambiziosi mai tentati dal mezzo televisivo.