In Doctor Who siamo abituati a considerare il Maestro come la nemesi perfetta per il Dottore. Distruttivo e caotico il primo, pacifista e altruista il secondo. Eppure, a voler leggere da un certo punto di vista il pensiero dietro Rick and Morty, è lo scienziato creato da Dan Harmon e Justin Roiland a rappresentare il perfetto opposto del Dottore. Mettiamo quindi da parte per un attimo gli ovvi riferimenti a Ritorno al Futuro – Rick e Morty nasce come parodia di questo – e concentriamoci sulla bizzarra, ma affascinante filosofia alle spalle della serie. Tutto questo mentre presentiamo a chi se lo fosse perso uno dei cartoon più acclamati degli ultimi anni, un vero cult per appassionati di fantascienza e non solo.

Rick Sanchez è la persona più intelligente dell’universo, e nel caso in cui dovessimo dimenticarcelo ci penserà lui a ricordarlo più e più volte. A fare le spese delle sue bizzarrie è la sua famiglia, in primo luogo il nipote Morty, coinvolto spesso suo malgrado nelle avventure con il nonno. Questo soggetto, che di per sé potrebbe essere narrato con uno stile classico, appunto avventuroso, viene invece totalmente plasmato dallo stile della serie: cinica, violenta, ipercreativa e imprevedibile. Tutti attributi che si adattano bene a Rick, personaggio che ha una totale e perfetta visione dell’universo, anzi del multiverso, e che proprio a causa di questa è diventato l’essere più disincantato e presuntuoso dell’esistenza.

Nell’episodio La fine del mondo, uno dei primi del nuovo corso del Doctor Who, il Dottore attende senza scomporsi troppo la dovuta fine del pianeta Terra. Ragionando più in grande, tutte le avventure del Dottore si svolgono in un universo che ci viene presentato come un blocco chiuso del tempo, con un inizio e una fine ben definiti. Douglas Adams ci scherzava su, nel suo Ristorante al termine dell’universo, mentre il Dottore non si lascia abbattere da questa prospettiva. Anzi, proprio perché una fine dovrà comunque arrivare, è giusto lottare per dare il massimo valore ad ogni momento che ci viene concesso.

Rick reagisce all’opposto. Esistono infinite realtà, infinite possibilità, infinite repliche di ogni situazione, di ogni persona, di ogni coscienza. Questo rende del tutto priva di valore qualunque scelta, perché comunque, nel bene o nel male, ogni altra possibilità verrà esplorata. La vita umana – che comunque anche per puro spirito di sopravvivenza Rick si trova a difendere, soprattutto se è la propria – a quel punto non ha molto valore. Non c’è spazio per i sentimentalismi o l’eroismo o la moralità, perché semplicemente non c’è un senso a tutto questo. Gran parte delle risate derivano proprio dal ripetuto e costante menefreghismo del personaggio che – tra un rutto e l’altro – si contrappone in genere alle sfuriate di Morty, o ai suoi momenti di totale incomprensione per le uscite del nonno.

Rick and Morty è una serie da cult immediato. Come detto, prende come riferimento Ritorno al futuro e Doctor Who, li fonde con la vena di follia e genialità spaziale che alimentava Futurama, il tutto unito con l’energia dei migliori momenti dell’indimenticabile Community, sempre di Dan Harmon. È una serie che riesce a spingere molto forte sul pedale della provocazione: il lieto fine non è mai scontato, anzi nulla lo è nel modo in cui tutto, dalla singola battuta alla gag alla risoluzione dell’episodio viene costruito per sovvertire ogni aspettativa. Si ride da star male, a patto di abbracciare il cinismo e la crudeltà di fondo dello show, al momento in onda negli Stati Uniti con la terza stagione.