Eccoci con l’inevitabile bilancio delle migliori nuove serie del 2017. È stato un anno segnato dagli adattamenti di Margaret Atwood, dal ritorno sulla HBO di David Simon, ma anche dalle sperimentazioni nel genere dei supereroi e dalla narrazione più classica. L’elenco è, ovviamente, soggettivo, e le serie sono ordinate per data di uscita.

Ricordatevi di scrivere le vostre personali nuove serie preferite dell’anno.

Legion

Legion

Gli spin-off degli X-Men si sono appropriati di uno spazio di originalità e sperimentazione davvero importante. Questo vale tanto al cinema, con Deadpool e, a quanto pare, anche con New Mutants, che in televisione con Legion. La serie di Noah Hawley incentrata su David Haller, figlio di Charles Xavier, si è imposta fin da subito per un approccio fresco e innovativo al genere dei supereroi. L’anima anni ’60 dello show è esplosa in un mood allucinato e privo di punti di riferimento, ora spaventoso, ora affascinante. Ogni episodio ha alzato l’asticella delle possibilità narrative, intrappolando lo spettatore in un caos controllato, una visione impressionante e all’altezza delle proprie ambizioni. In questi otto episodi sono contenuti alcuni dei momenti visivamente più stimolanti dell’anno. L’attesa per la seconda stagione è altissima.

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Big Little Lies

Per certi versi la serie di David E. Kelly è stata, insieme a The Handmaid’s Tale, la serie dell’anno. Il cast al servizio di questo thriller è impressionante: Reese Whiterspoon, Nicole Kidman, Laura Dern, Shailene Woodley e altri. Un omicidio di cui non conosciamo i dettagli si staglia nel futuro di una comunità apparentemente appagata e serena. In realtà l’anima mistery diventa il mezzo per narrare un ambiente dominato da sopraffazione, violenza psicologica, insoddisfazione cronica. Non è tanto importante capire chi è la vittima e chi è il colpevole: tutti i personaggi sono intrappolati in una spirale di automortificazione in cui l’omicidio è solo lo sfogo inevitabile e molto simbolico. Interpretata splendidamente, Big Little Lies si è imposta come rivelazione dell’anno, tanto da essere rinnovata – contrariamente ai piani originali – per una seconda stagione.

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Feud

Un gioiello questo Feud, una meraviglia imperdibile. La miniserie di Ryan Murphy andata in onda su FX racconta la rivalità storica tra Bette Davis e Joan Crawford, le due dive che divisero il set nel capolavoro di Robert Aldrich Che fine ha fatto Baby Jane? La serie ha tutto il sapore della narrazione classica, una Eva contro Eva di stampo contemporaneo, altissima nella regia, nella scrittura, e soprattutto nelle interpretazioni. Susan Sarandon e Jessica Lange sono immense nei loro ruoli, ma tutto il cast brilla (ci sono anche Alfred Molina e Stanley Tucci). Tantissima umanità in questi personaggi, sempre ritratti oltre la fotografia storica, per andare a restituire un quadro che sia innanzitutto coinvolgente.

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The Handmaid’s Tale

The Handmaid’s Tale

Pochi dubbi qui. Il racconto dell’ancella, la serie di Hulu tratta dal romanzo di Margaret Atwood, è stato uno dei prodotti più intensi e acclamati dell’anno. Romanzo distopico di stampo femminista – un tema che ha definito questo 2017 – nel quale assistiamo ad un imbarbarimento della società. Molte donne vengono ricondizionate e reinserite nel tessuto sociale come ancelle, servitrici obbedienti delle famiglie più ricche. Assistiamo alla ribellione silenziosa di Offred (un’intensa Elisabeth Moss), che lotta per non perdere la propria individualità in un mondo che cerca di annullarla. Se esiste un’immagine forte per definire questo anno televisivo, va rintracciata nella processione delle ancelle con le loro vesti rosse e le loro cuffie bianche.

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American Gods

Bryan Fuller e Michael Green reinterpretano a modo loro il romanzo fantasy di Neil Gaiman, e il tocco personale si vede tutto. Shadow viene rilasciato di prigione e avvicinato da un uomo misterioso di nome Wednesday. Da quel momento entra in un conflitto tra le divinità antiche e quelle moderne, in cui il protagonista potrebbe rivelarsi insospettabilmente come l’ago della bilancia. L’impronta stilistica domina su una narrazione che lavora per immagini e che riesce efficacemente a trasportare il piano divino su quello umano. Si tratta di un’America che mescola superstizioni e folklore, in cui le stesse divinità vengono rilette in chiave postmoderna. Il futuro della serie al momento è a dir poco incerto: gli showrunner hanno lasciato la serie e Neil Gaiman ha già annunciato che non li sostituirà.

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The Deuce

The Deuce è tutto quello che si può chiedere e che ci si può attendere da una serie di David Simon. Lenta, complessa, riflessiva, intricata, affascinante. In questo caso l’autore di The Wire ha raccontato sulla HBO un nuovo capitolo del suo personale romanzo americano finendo negli anni ’70 a New York. L’obiettivo è quello di raccontare le radici dell’industria del porno, attraverso lo sguardo di produttori, attori, prostitute, criminali. Maggie Gyllenhall, anche produttrice, è la gemma che brilla di più nel cast. Va da sé che qui ci troviamo di fronte ad un’attentissima ricostruzione dello scenario storico.

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American Vandal

Un ragazzo viene accusato di aver imbrattato 27 macchine disegnando peni sulle auto degli insegnanti nel parcheggio di una scuola. Due giovani si appassionano al caso e iniziano a indagare per provare la sua innocenza. Ora, la premessa di questo mockumentary di Netflix potrebbe sembrare la più idiota di sempre (e un po’ lo è), ma c’è dell’altro. Innanzitutto, la finzione viene perseguita senza compromessi: questo è un documentario sulla falsariga di Making a Murderer assolutamente serio e ben realizzato nel proprio approccio. Il caso è avvincente e va oltre la parodia. C’è un bel discorso sull’ambientazione scolastica, i pregiudizi, le categorie socio-economiche in cui si viene inquadrati. E poi c’è una riflessione più sottile sul docudrama in sé, sulla capacità di manipolare lo spettatore con quello che alla fine diventa soprattutto un esercizio di stile.

Mindhunter

Mindhunter

La serie prodotta e in parte diretta da David Fincher è una nuova incursione del regista americano nell’anima dei serial killer. Il regista di Seven e Zodiac rinuncia ad un approccio più di genere per analizzare da un punto di vista metodologico la storia dei primi profiler dell’FBI. Risultato è un prodotto di altissima fattura, autoriale, coerente, intelligente. Non un thriller compiuto, ma decisamente non un procedurale. Semplicemente una storia, frammentata quanto si vuole, che però ha una potenza narrativa invidiabile, sottile e misurata, ma anche capace di costruire picchi di tensione e violenza psicologica.

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Alias Grace

Ancora un adattamento da Margaret Atwood. E l’anima femminile è ancora molto presente in questo racconto storico dai risvolti tragici. Una giovane, interpretata dalla bravissima Sarah Gadon, viene accusata di omicidio. Un medico ricostruisce insieme a lei gli eventi che hanno portato al drammatico evento. Per certi versi si tratta di un racconto dalle potenziali sfumature thriller trasportato in uno scenario Ottocentesco, ma Alias Grace è anche una rielaborazione del romanzo classico di Thomas Hardy in cui esplodono le tematiche femministe di Margaret Atwood. Risultato è una miniserie di alto valore, misurata e rigorosa.

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Godless

In questo racconto di genere trapiantato nella frontiera americana, i classici del western si accavallano in una storia di vendetta e riscatto. Ambientata nel 1884, Godless narra lo scontro tra il criminale Frank Griffin e il suo giovane ex protetto Roy Goode. Nel cast, tra gli altri, Jeff Daniels, Michelle Dockery, Jack O’Connell e Scoot McNairy. La serie prodotta da Steven Soderbergh gioca sui ritmi lenti, sull’ampio respiro delle ambientazioni western che sostengono lo spessore dei personaggi. Nelle tematiche di fondo e nei personaggi coinvolti, Godless rivela la sua natura di western votato alla contemporaneità, classico nell’intreccio, ma rivoluzionario nelle sfumature.

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