Esattamente dieci anni fa, sulla HBO, andava in onda Strange Love (in italiano Uno strano incontro), primo episodio di True Blood. Era l’inizio di una storia che sarebbe andata avanti per ben sette stagioni, e che ancora oggi è ben viva nella mente dei suoi appassionati. Per la serissima HBO si trattava di un salto verso qualcosa di diverso. Certo, l’approccio visivamente forte – le molte scene di sesso e la violenza – era il solito dell’emittente che può permettersi di mostrare molto di più rispetto alle reti broadcast, ma True Blood era un prodotto intimamente diverso. Uno stile molto più frenetico, poche pretese autoriali, una serie prima di tutto godibile e accessibile.

Alla base di tutto c’era l’incontro tra Alan Ball, creatore del capolavoro Six Feet Under, e dei romanzi del Ciclo di Sookie Stackhouse. Nello stesso anno in cui usciva al cinema il film di Twilight, un altro triangolo a sfumature sovrannaturali in una cittadina di provincia. La particolarità di True Blood, almeno della sua premessa, era che partiva da un contesto in cui i vampiri erano una realtà accettata ed esistente. Nessuna sorpresa, nessuna grande rivelazione sulla loro esistenza. I vampiri esistono, hanno le loro usanze, il loro modo di comportarsi, e vivono una difficile integrazione con il mondo degli umani grazie alla bevanda Tru Blood, che permette loro di sopravvivere anche senza bere il sangue.

Sookie, la cameriera interpretata da Anna Paquin che tutti vogliono per motivi diversi nel corso della serie, è l’elemento di discordia tra i due grandi protagonisti maschili della serie: Bill Compton (Stephen Moyer) e Eric Northman (Alexander Skarsgard). Nel corso delle stagioni, seguiamo problemi amorosi, relazioni travagliate, il tutto sullo sfondo di sfide contro villain occasionali e un contesto che non vedrà mai totalmente di buon occhio i vampiri. Al netto di qualche flessione nelle ultime stagioni, True Blood è una serie piacevole, che non si prende mai sul serio, anche con i alcuni personaggi “che amiamo odiare” e con vari punti di riferimento all’attualità.

Infatti, ancora più del solito, il sovrannaturale diventa metafora del diverso. La profonda Louisiana diventa l’ambientazione perfetta dove calare una comunità incuriosita e spaventata al tempo stesso. I vampiri, e più in generale le creature sovrannaturali, rappresentano una comunità emarginata e non del tutto compresa. A volte pericolosi e perfidi, a volte più umani degli umani stessi. Con un approccio esagerato alla storia e al materiale, True Blood per tanti anni è stato la scheggia impazzita sulla HBO.

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