Al di là delle sue storie, Daredevil ha funzionato nella misura in cui ha proposto qualcosa di completamente diverso rispetto al Marvel Cinematic Universe. Nel 2015, questo era limitato al cinema e ai due spin-off sulla ABC. Tanto lo S.H.I.E.L.D. quanto le avventure dell’agente Carter potevano essere emanazioni normalissime della Fase 1 e 2, perché ne avevano il tono, la coerenza interna, l’approccio nella scrittura. Daredevil, invece, era evidentemente qualcosa di diverso, e in questa sua diversità che sarebbe diventata il manifesto di tutto l’universo Marvel su Netflix, stava la sua identità.

Ed era qualcosa di così viscerale e così ben integrato nella scrittura che il suo valore emergeva chiaramente dopo appena due episodi. La New York dell’invasione del primo Avengers svelava un’anima notturna cupa e violenta, una visione da quartiere meno da eroi e più da vigilanti. Se qualcosa di straordinario può capitare, come un ragazzo cieco che sviluppa delle qualità sovrumane, tutto questo è assorbito e sporcato dall’ambientazione. Così Daredevil, in una prima stagione che tracciava un percorso implacabile verso lo scontro finale con Wilson Fisk, riusciva ad essere una storia di supereroi, ma anche un dramma, o un noir, o un poliziesco, o tutto ciò insieme. Era una visione di genere all’interno di un genere, e nessun’altra serie dell’universo Marvel su Netflix sarebbe uscita da quell’ombra.

I primi aggettivi che potrebbero venire in mente per inquadrare Daredevil, per spiegarlo a qualcuno che non l’abbia mai visto, sono “violento” e “dark”. Anche perché si tratta di due parole che solitamente non avviciniamo all’universo Marvel al cinema. Ma naturalmente non era tutto lì, anche perché non sarebbe bastato. Daredevil – è facile ricordarlo se pensiamo alla terza stagione – funzionava soprattutto perché come pochissime altre serie riusciva a far somigliare davvero le sue stagioni a lunghi film da tredici ore. La prima stagione era costruita così, con le sue lunghe pause (quasi dei bottle episode) seguite da picchi d’azione che alzavano sempre più la posta in gioco, fino allo scontro finale. Non ci riusciva altrettanto bene nella seconda stagione, ma la terza è stata un ottimo ritorno alle radici.

Lo stesso aggettivo “dark” qui aveva senso solo nelle esplosioni di colore che tagliavano quell’oscurità come lame (per una serie con un personaggio cieco come protagonista non esiste impostazione più acuta). Non è un caso che Wilson Fisk venga definito dal bianco così come Daredevil lo è prima dal nero e poi dal rosso. Il resto fa parte di considerazioni ripetute più volte negli ultimi anni: un villain colossale, un’impronta action caratterizzata dall’atteso piano sequenza stagionale, i temi fondanti della serie, dalla redenzione alla giustizia al malsano rapporto con la città, che tanto avvicina questa serie alla trilogia del Cavaliere Oscuro (soprattutto nella terza stagione). L’eroe non può sperare di salvare la città, può solo immolare se stesso in sacrificio.

A differenza di Iron Man, che ha generato una formula che è ormai uno standard di riferimento, Daredevil non ha avuto figli eccellenti. Le prime stagioni di Jessica Jones e Punisher (casualmente unici show ancora non cancellati) sono state forse quelle che hanno interpretato meglio quello stile. Delle cause e delle conseguenze della cancellazione di Daredevil (ma il personaggio dovrebbe tornare in altre forme, non sappiamo quali) ci sarà tempo di parlare. Per ora rimane intatto il valore di una serie che, ovviamente in mancanza di criteri oggettivi, può comunque essere definita una delle migliori, se non la migliore di sempre sui supereroi.

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