I Delitti del BarLume è uno dei successi più costanti di Sky. Non si guadagna le copertine come Gomorra, non fa discutere come Il Miracolo, ma stagione dopo stagione è apprezzatissimo e nella sua forma ibrida tra film tv autoconclusivi e narrazione orizzontale soft da serie, da 5 anni a questa parte è un esempio a suo modo unico di buona televisione tradizionale.

Marco Malvaldi è la penna dietro queste storie dirette prima da Eugenio Cappuccio, poi dalla seconda stagione da Roan Johnson. Quest’anno le due puntate-film usciranno il 25 Dicembre e il 1° Gennaio, ma lo stesso lo scrittore e ideatore della serie è venuto a Lucca a presentarle assieme a due interpreti (Lucia Mascino ed Enrica Guidi).

Qual è il tono di questa sesta “stagione”?

MM: “Per quest’anno l’indirizzo è quello della ricerca di se stessi e quindi il seguito necessario sarà la nostalgia. Entrambe le cose sono in qualche modo legate alla commedia all’italiana e quindi verranno lette in chiave comica, perché la commedia molto spesso è una tragedia vista dal punto di vista di chi non è coinvolto. Quindi quest’anno il tema è “Chi sono io e da dove vengo?”. La sua evoluzione naturale, molto spesso è “Stavo meglio prima” ma questa nostalgia prima la si supera meglio è”.

Come riesci ogni anno a ritrovare la motivazione di tornare su qualcosa di già fatto?

MARCO MALVALDI: “La trovi perché bene o male sei curioso anche te di cosa faranno i tuoi personaggi, perché la realtà delle cose è che quando uno scrive un copione, come quando scrive un libro, non è libero di far fare ai personaggi quel che vuole, loro hanno il loro carattere e le proprie preferenze. Se tenti di fargli fare qualcosa che non è nelle loro corde ti impantani e non funziona. Devi trattarli come persone vere, c’è quello da invitare a cena e quello a cui urlare dietro”.

Non è un limite?

MM: “No anzi! I paletti sono necessari, la creatività vera si estrinseca quando hai paletti intorno a cui girare. Nel deserto c’è libertà assoluta ma anche noia e morte. Se hai vincoli da soddisfare, li puoi aggirare come più ti aggrada.

Il paletto è uno stimolo alla creatività, ti pone un problema da risolvere e al tempo stesso hai diversi modi di risolvere il problema, basta farlo in modo coerente”.

Dovessi spiegarlo a qualcuno che non ha mai visto I Delitti del Bar Lume cosa diresti lo separa da qualsiasi altro giallo?

MM: “L’investigatore che non c’è! Qui l’investigatore è collettivo. È un po’ come una cura medica: c’è la diagnosi, poi la terapia e poi la riabilitazione, tutte fasi in cui operano persone diverse. Ci sono i medici che diagnosticano, quelli che stabiliscono la terapia e tutto un insieme di paramedici che ti accompagnano verso la guarigione. Anche qui ci sono dei diagnosti, i vecchietti che si rendono conto che c’è qualcosa che non va. Poi c’è Massimo che dopo aver capito che cosa non va è in grado di trovare la soluzione (cioè la terapia) e infine ci sono la commissaria Vittoria Fusco e Tiziana che in qualche modo mantengono il livello di rispetto delle regole sociali e formali entro un limite accettabile, sono diciamo le due persone che hanno la testa più avvitata sulle spalle, quelle che capiscono un attimo prima quello che sta succedendo. Non hanno il lampo, ma hanno la tenacia e la costanza”.

Nei gialli quasi sempre il colpevole deve essere scoperto. Ha un senso ancora oggi scrivere storie con investigatori geniali che paiono imbattibili?

MM: “Diceva Edgar Lee Masters nell’antologia di Spoon River: “Quando ero giovane le mie ali erano forti ma non conoscevo le montagne, da vecchio conoscevo le montagne ma le mie ali erano stanche. Il genio è saggezza e gioventù”.

Ma non solo, come diceva Einstein, il genio è 30% ispirazione e 70% traspirazione. Puoi avere il lampo di genio ma se non ti fai un culo così per capire se il tuo lampo corrisponde alla realtà non serve a niente. Quindi intuizione e sistematicità.

Ecco, è molto difficile trovare tutte queste cose in una sola persona, è vero. Il mio investigatore collettivo però può esserlo perché ha la saggezza dei vecchietti e la gioventù di Beppe di Massimo”.

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