Come funzionano le decisioni sulle cancellazioni o rinnovi delle serie su Netflix? In base a quali criteri un prodotto è meritevole di fiducia, e quando invece è più conveniente staccare la spina? Un dettagliato report pubblicato da Deadline ha ricostruito il modello di business con il quale l’azienda si approccia a decisioni di questo genere.

Negli ultimi mesi in particolare le maggiori discussioni hanno riguardato la progressiva cancellazione di tutti gli show legati all’universo Marvel. L’esaurimento delle serie di supereroi sulla piattaforma apre delle considerazioni molto interessanti sulla gestione delle proprietà non in esclusiva, e anche per questo motivo non può essere presa del tutto come esempio ideale. Si tratta comunque di una decisione-evento che ci può dire qualcosa sullo stato attuale e futuro del rapporto tra le piattaforme streaming. Per maggiori dettagli vi rimandiamo a questo nostro articolo:

Più pertinente allora è l’esempio di Giorno dopo Giorno (One Day at a Time). La comedy di Netflix è stata recentemente cancellata dopo tre stagioni. Senza troppo clamore a dire il vero, se non quello provocato dalla solita cerchia di appassionati. Eppure si trattava di un progetto premiato ed esaltato dalla critica. Le tre stagioni hanno raggiunto percentuali stellari su RottenTomatoes (94%, 100% e 100%) e con medie di voto altissime; la serie è stata plurinominata per vari riconoscimenti televisivi, dagli Emmy ai TCA ai Critics’ Choice Award. Eppure Netflix ha optato infine per una cancellazione che difficilmente si tradurrà in un salvataggio della serie su un’altra emittente o servizio streaming.

Abbiamo preso una decisione molto difficile nel decidere di non rinnovare One Day At a Time per una quarta stagione. La scelta non è stata facile, abbiamo trascorso molte settimane cercando di trovare un modo per poter realizzare un’altra stagione, ma alla fine, semplicemente, non c’erano abbastanza spettatori per giustificare un’altra stagione.

Anche in questo caso, come per le già citate serie Marvel, rimane valida la clausola che impedisce la trasmissione degli show altrove per circa due-tre anni. Il caso di One Day at a Time è tuttavia particolare, dato che il limite temporale si ridurrebbe a pochi mesi per un broadcast network. In ogni caso, si tratta di una clausola che serve a salvaguardare il senso stesso della creazione da parte di Netflix di una piattaforma esclusiva che basti a se stessa, e in cui gli show possano continuare a generare seguito – e voglia di essere riscoperti – anche dopo la loro cancellazione. Ed esisterebbe una soglia precisa che permette il raggiungimento di questo obiettivo, e che corrisponde a circa trenta episodi.

Forse in questa prospettiva si spiega meglio la tendenza recente di Netflix a ridurre le stagioni dei propri prodotti. Orange is the New Black e House of Cards sono state le prime serie drama d’impatto della piattaforma, e servivano a impostare quel lungo percorso, tutt’altro che terminato (vedi caso Friends), verso l’indipendenza rispetto a serie di soggetti terzi. Ma sono anche le uniche che hanno raggiunto la soglia delle sei stagioni, un traguardo che al momento nessun’altra serie sembra destinata a raggiungere. Hemlock Grove, Love, Bloodline, Daredevil, Jessica Jones hanno raggiunto il traguardo delle tre stagioni e si sono fermate lì. Molte altre non sono andate oltre le due (Marco Polo, Sense8, The Get Down) o addirittura una sola stagione (Gypsy, Seven Seconds, Everything Sucks!).

Situazione simile per le comedy, genere meno costoso e che tradizionalmente riesce ad avere una coda più lunga. Grace and Frankie è l’unica eccezione: Fuller House terminerà con la quinta stagione, The Ranch con la quarta e sono molte le comedy fermatesi prima. L’unica eccezione tra i contenuti è The Crown, esempio di pura prestige tv che veleggia verso le sei stagioni previste, forte anche della vittoria all’Oscar di Olivia Colman. Stranger Things è la serie evento per eccellenza di Netflix, ma la strada per arrivare a sei stagioni è molto lunga. La soglia delle tre stagioni è tuttavia determinante anche per altri motivi.

Come accaduto per le serie Marvel, la classica analisi di costi e benefici ha un forte peso. Semplicemente, i costi di molte serie Netflix tendono a diventare eccessivi. Netflix utilizza un modello che prevede una copertura dei costi di produzione più una quota del 30% sui costi, e sottrae quindi una commissione sulla distribuzione. In una prima fase, quindi nelle prime stagioni, ciò permette agli studi esterni di sostenere una situazione nella quale si rinuncia ai classici introiti dovuti agli accordi di distribuzione. In questi rientrano le vendite off-network e alle reti internazionali, che sono la normalità per serie che hanno successo nel lungo periodo.

Al posto di ciò, gli accordi di Netflix includono dei bonus crescenti – e si parla di una crescita esponenziale – per ogni stagione in più. Il rinnovo da una prima stagione – magari di rodaggio – ad una seconda non comporta costi troppo onerosi, ma dalla terza in avanti si impongono delle riflessioni più attente. Il rischio è quello di trovarsi in una situazione in cui i costi crescono in modo esponenziale proprio al raggiungimento della soglia di attenzione massima che uno show in media può generare, prima della curva discendente.

Cindy Holland, responsabile dei contenuti per Netflix, ha dichiarato:

Si tratta di una combinazione di fattori. Quando investiamo, decidiamo quanto investire in base al pubblico che potremmo raggiungere. Se il pubblico non arriva, ragioniamo sul motivo in base al quale dovremmo continuare a investire in qualcosa che non va bene come avremmo sperato. Ovviamente il responso della critica è importante, ma stiamo davvero cercando di ottimizzare i nostri investimenti per sostenere a nostra volta le spese dei nostri investitori. Sono soldi loro, non nostri.

In ciò si spiegherebbe la tendenza a ridurre inoltre il numero degli episodi stagionali, dai soliti tredici a dieci. Si ricorderà che proprio la richiesta di una diminuzione delle puntate era stata alla base degli attriti tra Netflix e Marvel Tv. Anche in questo caso, le analisi avrebbero mostrato che dieci episodi sono la soglia ideale per l’attenzione dello spettatore che tende al binge-watching delle nuove serie. Quindi, stagioni più brevi per serie generalmente più brevi. E poco importa che la cancellazione di uno show possa indispettire per qualche giorno gli appassionati. Secondo i dati sostenuti dal report, i fan delle serie cancellate non saranno così delusi da abbandonare la piattaforma, una volta che una nuova proposta avrà catturato la loro attenzione. Banalmente, una nuova attesa serie genererà più discussione dell’ennesima nuova stagione di una serie mediamente seguita.

Da qui ritorniamo alla soglia già citata dei trenta episodi. Una soglia, ricordiamo, che va tenuta in considerazione anche in un’ottica a posteriori, dopo la cancellazione della serie da parte di uno spettatore che semplicemente potrebbe volerla recuperare (ci chiediamo se, al contrario, troppi episodi finirebbero al contrario per scoraggiare il tentativo). Uno degli analisti consultati da deadline ha dichiarato che dopo quella soglia “uno show non ha più uno scopo, non c’è ragione per il network nel continuare a investire”.

Netflix è la piattaforma sulla quale si è ragionato in questo report, con le proprie peculiarità e le proprie strategie di business. Ma non è un modello estraneo ad altre piattaforme streaming. Amazon Studios e Hulu hanno optato per la solita strategia della distribuzione in un’unica soluzione delle stagioni. E si tratta di stagioni brevi che vanno da otto a tredici episodi. Quanto alla durata delle serie, recentemente Bosch è stata confermata per una sesta stagione, ma non sembrano esserci altri titoli che promettono di raggiungere un simile traguardo. Un trend che pare allargarsi anche ai cable network.

Fonte: deadline

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