Quando nel 1990 va per la prima volta in onda Willy, il principe di Bel-Air (sarebbe arrivato 3 anni dopo in Italia) la cultura nera è all’apice dell’evoluzione del rap. Da poco era nato il gangsta rap che non avrebbe fatto che crescere per tutti gli anni ‘90 (cioè per tutta la durata delle 6 stagioni della serie), Willy da quel mondo veniva ed entrava in quello dei bianchi. E in tutta la serie non c’è nessuno di più bianco di Carlton Banks.

Alfonso Ribeiro, famiglia di Trinidad e Tobago (ma incredibilmente “accusato” di essere dominicano), una vita a ballerino, diventa l’immagine di tutto quello che non bisogna essere, l’opposto logico di Willy, quasi un antagonista se poi in realtà non fosse così un amico e una spalla. Non appartenere alla cultura nera è inizialmente un peccato irreparabile, con il tempo diventerà solo una mesta tristezza. Oggi che la serie è arrivata su Netflix, è la storia più attuale che ci sia.

Quella dei neri sbiancati, cioè degli afroamericani che vivono o aspirano a vivere come i bianchi senza nessun interesse per la loro cultura di provenienza, all’epoca era un fenomeno sempre più grande (ma pure oggi). Nel 1994 il più famoso nero sbiancato d’America, O.J. Simpson, uccide la moglie (bianca) e scappa dalla polizia, e negli stessi anni quel processo raccontato bene recentemente da The Hate U Give completa la sostituzione: per i bianchi la cultura nera diventa per la prima volta cool. Oltre al rap che esplode come fenomeno di massa (addirittura già c’erano i primi bianchi a fare buon rap, i Beastie Boys e a fine decennio arriverà Eminem), la NBA esplode a livello mondiale e Quentin Tarantino fa parlare i suoi bianchi come dei neri in film che citano così tanto la blaxploitation da far infuriare Spike Lee che parla di appropriazione culturale. Essere neri diventerà sempre più fico e desiderabile (come racconta anche Get Out) e proprio in quegli anni Carlton vuole essere bianco.

La serie in realtà non parla di lui ma lui è il personaggio rimasto più impresso nell’immaginario, perché tra tutti il più attuale e concreto, irredimibile repubblicano con il mito di Donald Trump! Nonostante la storia sia quella di Willy che dal ghetto arriva a Beverly Hills, dagli zii ricchi, e trova un mondo di fratelli che hanno dimenticato da dove vengono e quali sono le loro radici (ma gliele ricorderà lui, in ogni puntata), lo sfondo è più importante dell’intreccio. Quello di Willy, il principe di Bel-Air è infatti un salto pazzesco per la rappresentazione degli afroamericani dell’epoca, anch’esso in linea con il fatto che essere neri è diventato per la prima volta desiderabile.

Le serie che in precedenza avevano protagonisti afroamericani raccontavano il contrario: i Jefferson hanno fatto i soldi e si sono spostati nei quartieri ricchi ma fanno ridere perché si comportano come fossero nel ghetto suonando ridicoli; Il mio amico Arnold viene preso di peso dal ghetto (nella sigla originale lui e Willis giocano a basket quando il signor Drummond li viene a prendere con la limousine) e la comicità sta nel fatto che sono rimasti ancorati a quella cultura e non sono adatti al mondo dei bianchi; i Robinson invece sono bianchi punto e basta.

Come si capisce la questione razziale è solo per metà un problema di melatonina, l’altro 50% è un problema di soldi. I neri sono quelli senza soldi i bianchi quelli con i soldi.
Ad ogni modo quelle erano serie che dicevano ai neri di conformarsi, che è necessario diventare come i bianchi se vogliono fare la scalata sociale, altrimenti sembreranno ridicoli e il loro retaggio fuori luogo farà ridere tutti. In Willy, il principe di Bel-Air accade il contrario: a far ridere sono quelli che il retaggio l’hanno perso o fingono di non averlo mai avuto, come il maggiordomo, perfetto house negro senza saperlo. Nonostante sia Willy la nota stonata e l’elemento fuori posto, il nero in un mondo di bianchi, non è mai lui ad essere ridicolo, lui è fico. Quando Carlton si dimostra bianco invece è uno sfigato. Carlton è quasi la presa in giro di quelle vecchie serie: ha fatto tutto quello che andava fatto per sbiancarsi e ora è semplicemente uno sfigato che nemmeno sa giocare a pallacanestro. Col tempo però è diventato qualcos’altro ancora.

Willy sa come sono trattati i neri, l’ha vissuto nel mondo peggiore, i Banks invece vivono nel mondo migliore e vedono il meglio la vita. Ma mentre i due zii ricordano bene il loro passato e la cultura da cui si sono allontanati e Hillary non sembra bianca ma solo viziata, Carlton Banks non può ricordare, conosce solo il mondo dei bianchi, si veste come un damerino, ascolta la musica sbagliata, dice le cose sbagliate e non sa niente del mondo reale. La ricetta del nerd da disprezzare. Almeno una volta. Oggi in anni di trionfo degli sfigati e celebrazione dei marginali è altro.
I meme e le GIF che hanno al centro Carlton superano di gran lunga quelli che hanno al centro tutti gli altri personaggi della serie sommati insieme, incluso Willy, il protagonista. Su tutte troneggia la Carlton Dance, simbolo di tutto quello che era ed è questo personaggio.

Originariamente è un trovata geniale di Ribeiro, che era ballerino di Broadway e che ogni tanto nella serie doveva far vedere di esserlo, si trovavano gli espedienti più assurdi per farlo ballare comicamente. In una puntata utilizza un passo stupendo, difficilissimo ma pensato per sembrare brutto e goffo, epitome dell’essere un nero sbiancato, e lo utilizza sulle note di It’s Not Unusual di Tom Jones (un cantante scozzese!). Vederlo ballare così bene mostra l’assurda sovrapposizione del personaggio con l’attore, un momento che dovrebbe tirarci fuori dalla serie e invece fa ridere. Ma il motivo per il quale quella scena è perfetta è perché mostra senza parole il rapporto tra i due opposti: Carlton si vergogna di essere così bianco e Willy glielo fa pesare tantissimo con un’espressione di profonda delusione.
Eppure quella danza ha cambiato senso online, come scrive Violetta Bellocchio quei movimenti sono “il piacere di essere vivo celebrato nel modo più uncool possibile da uno che non se ne rende conto [….] Nemmeno un ballerino di fila a Las Vegas avrebbe osato tanto. Nemmeno se fosse stato bianco”. Eppure è il simbolo della gioia e della felicità negli anni post-Glee in cui gli sfigati che cantano e ballano sono il massimo del desiderabile, sono simbolo di inclusione e tolleranza. Lo è così tanto che Alfonso Ribeiro ha fatto causa a Fortnite per averla usata senza permesso.

Tutti nella serie sono l’opposto di Willy (tranne gli zii, che erano come Willy ma sono stati normalizzati dai soldi): Hillary è l’opposto perché viziata, Geoffrey è l’opposto perché ingessato, Carlton è l’opposto perché irrimediabilmente sfigato, eppure nel suo essere sfigato è totale.

Jordan Peele in Noi racconta dei Carlton di oggi. Donald Glover in Atlanta ha incluso dei neri sbiancati. Sorry To Bother You (inedito in Italia) è stato un piccolo caso e questo raccontava, di come un nero diventi bianco per sopravvivere. The Hate U Give mostra ragazzi costretti ad essere meno neri per integrarsi in una buona scuola. Carlton era già tutto ciò in chiave comica e con una smaccata ammirazione per Trump, quindi più attuale ancora di loro. Era la fine del processo: il nero definitivamente diventato bianco che tuttavia in fondo sa di aver sbagliato, che si vergogna di essere quel che è davanti a suo cugino che invece è ancora un “fratello”.

Grazie all’intramontabile mito di Carlton riguardare oggi Willy, il principe di Bel-Air è un viaggio indietro nel tempo che non sembra nemmeno tale.

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