Sky ha deciso di raddoppiare il suo investimento nei prodotti italiani nei prossimi 5 anni e lo vuole fare, dice il direttore delle produzioni originali Nils Hartmann, a partire dai talenti. “Sollima, Sorrentino, Ammanniti” è la triade che cita e idealmente ora vi si affianca Matteo Rovere. Perché è davanti a lui e ad una platea di giornalisti che Hartmann sta parlando, dalla sala del trono reale del villaggio che dovrebbe essere Albano Laziale dell’ottavo secolo avanti Cristo.

Siamo nel pieno delle riprese di Romulus, la serie tv che segue Il Primo Re, e Sky, Cattleya e Groenlandia, i tre soggetti italiani che la producono hanno deciso di mostrare tutto alla stampa.

In più ITV, azionista di Cattleya, è già salito a bordo come distributore internazionale, il che garantisce a Romulus ottime possibilità di vita all’estero.

COME NASCE ROMULUS

Questo progetto nasce quasi contemporaneamente al film e viene dall’associazione tra Groenlandia (di Rovere e Sibilia) e Cattleya, la vera grande locomotiva della nuova serialità italiana (responsabili di Romanzo Criminale, Gomorra e Suburra). “Non avevo capito quanto fosse matto Rovere inizialmente” dice Riccardo Tozzi, presidente di Cattleya. “Mi pareva sparasse esagerazioni, invece aveva davvero in mente una serie e un film sulla stessa materia però completamente diversi, un’idea straordinaria e bellissima, molto eccitante”.

Romulus infatti non segue né è imparentata con Il Primo Re. Il film raccontava la storia del mito, i due fratelli e la grande faida; la serie racconta la realtà storica, come effettivamente sia successo che delle tribù si siano unite per creare un unico regno sotto il primo reggente chiamato Romolo.

Sulla questione prosegue Matteo Rovere: “Ovviamente è curioso che la serie non abbia parentele con il film ma studiando il mito di Roma mi pareva che ci fossero in nuce due questioni: prima l’arcaicità e la costruzione della comunità (che è Il Primo Re) e poi un racconto molto ampio e diffuso che mette in scena il potere e la costruzione di esso. Esiste un momento identificato in maniera convenzionale con il 753 a.C. in cui l’ordine politico dell’occidente subisce un mutamento, è la fondazione di Roma, il rapporto tra il bosco e l’urbe che si uniscono per un ordine nuovo”.

Nella pratica però la serie è centrata su un racconto generazionale, un gruppo di ragazzi diversi tra loro che prendono parte alla grande storia. C’è un principe spodestato che vuole riconquistare il suo trono (Andrea Arcangeli), una vestale che rappresenta il rapporto con la religione (Marianna Fontana) e uno schiavo orfano che viene da una città ai margini dell’impero (Francesco Di Napoli) e che per salvarsi la vita vivrà un’avventura che lo porterà ad avere un ruolo importante nella fondazione di questo nuovo ordine che è Roma.

IL RUOLO DI MATTEO ROVERE

Non è sfuggito a nessuno come Matteo Rovere assieme a Sydney Sibilia e qualche altro regista italiano stia cercando di cambiare la mentalità del cinema italiano e ora lo stesso metro lo sta applicando alla televisione. “Ci saranno sequenze che non si vedono spesso in tv grazie anche a diverse tecniche che abbiamo imparato girando il film,” spiega. “Nel complesso c’è un know-how registico e di post-produzione in linea con gli standard internazionali che ci consente di girare sequenze sulla carta spaventose ma che si possono fare. Ci confrontiamo ad armi pari con prodotti di altri paesi e budget importanti”.

Rovere si definisce showrunner della serie (anche se Nils Hartmann precisa che secondo lui lo showrunner è una figura e un termine ormai vecchi e sorpassati), dirige i primi 2 episodi più altri ancora da decidere e ha un occhio su tutte e 10 le puntate da 50 minuti. Per le altre puntate ci sono Michele Alhaique e Enrico Maria Artale che hanno lavorato in grande continuità con Rovere per fare in modo che la serie (alla pari di quelle internazionali) abbia uno stile unico e non si sente la differenza di mano.

Di certo, spiega sempre Rovere:Abbiamo fatto scelte estetiche nuove in linea con questo racconto e abbiamo anche un direttore della fotografia diverso (Vladan Radovich invece di Daniele Ciprì). Credo che se riusciamo a mettere a frutto questo know how e se riusciamo a mantenerlo possiamo uscire da una realtà artigianale”.

E che la televisione italiana stia marciando a passi da gigante è anche il parere di Riccardo Tozzi: “C’è grandissima domanda e produzione, è davvero un successo. Le settimane lavorate sono raddoppiate, siamo in piena occupazione tanto che è difficile mettere insieme una troupe. Questo ci impone di fare cose nuove e sempre più coraggiose come Romulus”.

LA LINGUA

Come già anticipato è stato ora confermato che Romulus è girato tutto il latino pre-arcaico il che significa che sarà visibile su Sky doppiato in italiano o nella lingua in cui è stato girato con sottotitoli: “del resto stiamo finendo ora Zero Zero Zero con Stefano Sollima che è in 5 lingue!” chiosa Nils Hartmann.

Matteo Rovere poi aggiunge: “Su Il Primo Re abbiamo fatto un primo tentativo di costruzione di linguaggio, qui abbiamo evoluto il gruppo di lavoro perché il testo è più lungo e abbiamo deciso di facilitare lo spettatore nella comprensione. Abbiamo inserito nella lingua elementi eufonici e sonori tramite uno studio fatto apposta così che lo spettatore più attento possa districarsi meglio”.

Rimane tuttavia segreto il budget. A tal proposito Tozzi dice solo “Per essere precisi posso dire che Romulus costa tanto ma non tantissimo”.

La serie, in quanto tale, nasce con un’idea di sfruttamento lungo ma fino a che non va in onda non ci può essere certezza di altre stagioni. Il team ha comunque ideato un arco narrativo più lungo di una sola stagione.

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