Al suo debutto, nel 2013, Orange is the New Black era un prodotto uguale e opposto ad House of Cards. Uguale perché ne condivideva le specificità in un contesto televisivo in cui le serie tv streaming erano un’eccezione. La serie di Jenji Kohan era infatti rappresentante di quella prima infornata di titoli che metteva gli spettatori di fronte a prodotti da fruire tramite la piattaforma Netflix, con tutti gli episodi della stagione rilasciati in contemporanea. Qualcosa che all’epoca andava addirittura evidenziato, mentre oggi nessuno ne sentirebbe il bisogno.

Era opposta invece per motivazioni che sarebbero emerse nel lungo periodo, ma che già sono visibili nelle rispettive prime stagioni. House of Cards è una serie piramidale, che accentra al vertice del potere la propria vicenda, culminando nella figura di quel Frank Underwood che si sovrappone così bene al carisma di Kevin Spacey. Serie fascinosa e diabolica, che gode della propria superbia. La serie della Kohan è invece livellata verso il basso, democratica per necessità e scelta, ambientata in un luogo che forse è l’antitesi delle stanze del potere. Qui, in un teatro carcerario che nell’immaginario comune era tradizionalmente a vocazione maschile (e che Oz ci aveva raccontato proprio così) Jenji Kohan ha costruito la sua rivoluzione silenziosa.

E lo ha fatto anche a partire da un casting di attrici che non erano note. Kevin Spacey doveva essere il volto di richiamo, mentre qui l’esigenza, anche rispetto ai temi della serie, era un’altra, come ha recentemente confermato la responsabile della programmazione Netflix Cindy Holland:

La cosa più importante era trovare persone che potessero dar vita e diventare questi personaggi nell’immaginario del pubblico, e il miglior modo per farlo era di ingaggiare persone che in effetti non si erano mai viste prima in tv.

Piper stessa infatti non è la protagonista assoluta della serie. Personaggio più in vista forse, e dall’arco narrativo più esteso, ma chi ha seguito le sette stagioni della serie sa che lo show ha avuto tante co-protagoniste quante erano le voci dei personaggi. Così facendo, la serie poteva raccontarne i singoli traumi, far coincidere i temi con le singole individualità, e fare un discorso più ampio: malessere sociale, discriminazione, immigrazione, disturbi mentali, sessualità. Il tutto raggiungendo un’ottima sintesi di intreccio e ambientazione (il carcere come una città con i suoi quartieri e i suoi amministratori).

La problematizzazione dei temi della serie non infatti è roboante o simbolica come quella di The Handmaid’s Tale. È più concreta, diretta, grottesca forse, con quel suo giocare fra dramma sociale e momenti di leggerezza (agli Emmy è stata candidata tra le migliori commedie nel 2014 e tra i migliori drammi nel 2015). Ma è altrettanto valida proprio perché così vivida e tangibile, o semplicemente umana. Un contrasto che recentemente proprio Jenji Kohan, che proveniva dall’esperienza di Weeds, ha sintetizzato così:

Credo sia qualcosa di organico. Credo fermamente nell’umorismo come strumento per la sopravvivenza. Non credo che un drama debba essere drammatico al 100%, perché non è così che viviamo e funzioniamo come esseri umani. Trovo invece molto naturale fondere commedia e tragedia, perché rispecchia la vita.

Il paragone con GLOW, la serie Netflix ambientata nel mondo del wrestling femminile, è allora inevitabile. La serie creata da Liz Flahive e Carly Mensch, prodotta sempre da Jenji Kohan, riprende alcuni connotati ideali del drama carcerario: il grande cast al femminile, mai coccolato, ma anzi sempre costretto a confrontarsi con se stesso e a mettersi in gioco, il contrasto fra dramma e humour grottesco (ma vince sempre il primo tra i due), la rielaborazione di un ambiente tradizionalmente maschile.

Meno malessere sociale qui, ma più riferimenti alle dinamiche da show-business. E in tutto questo sempre i ruoli da interpretare, e quel collegamento tutto metanarrativo tra Orange e GLOW in un ensemble femminile che dismette le divise arancioni tutte uguali per indossare un costume in una spettacolare forma di autoaffermazione.

CORRELATO A ORANGE IS THE NEW BLACK

La scheda della serie

Fonti: THRNYT

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