Londinese, trentaquattro anni, e nell’ultima serata di Game of Thrones agli Emmy è riuscita a rubare la scena a tutti. Si chiama Phoebe Waller-Bridge e il suo nome è quello che è emerso come vincitore assoluto sugli altri alla cerimonia. La sua serie Fleabag ha infatti portato a casa sei statuette, di cui almeno tre direttamente riconducibili a lei (Miglior serie comedy, Miglior sceneggiatura, Protagonista femminile). Il riconoscimento agli Emmy è tuttavia solo l’ultimo di una serie di apprezzamenti che hanno accompagnato il lavoro dell’autrice negli ultimi anni, e l’hanno innalzata come uno dei nomi più importanti della televisione contemporanea.

Fleabag è un oggetto misterioso: tutto questo clamore per appena dodici episodi spalmati in due stagioni da sei. In armonia con lo stile televisivo inglese, che apprezza molto le piccole dosi quando si parla di prodotti televisivi, anche la serie si è raccontata a piccole manciate, senza strafare e senza l’esigenza di doversi raccontare. Anzi, a dire il vero Phoebe Waller-Bridge non avrebbe voluto nemmeno realizzare la seconda stagione, e quasi senza alcun dubbio non ci sarà una terza. Per lei, che ha debuttato come autrice sul piccolo schermo curando Crashing (ve ne abbiamo parlato qui) e che nel frattempo – per non farsi mancare nulla – ha anche creato Killing Eve, si tratta di un punto di partenza, non di un traguardo. Come testimoniato dall’accordo con Amazon Studios per la realizzazione di nuovi progetti.

Fleabag è una donna cinica, sessualmente libera, disillusa, divertente, incasinata. Gestisce una caffetteria, ha un rapporto conflittuale con la sorella Claire, workahaolic molto critica nei suoi confronti, e fatica a trovare un equilibrio della propria sfera emotiva. Fleabag fa a pezzi la realtà che la circonda, ne scopre il velo ipocrita, mette in ridicolo convenzioni sociali e frasi fatte. Al tempo stesso però, dietro i suoi commenti sferzanti, soggiace un trauma pesante legato alla morte della sua migliore amica Boo. Un vuoto affettivo che educa al distacco, a urlare più forte del dolore, e che forse mina alla base quella libertà personale di cui la protagonista si vorrebbe fare scudo.

Viscerale come poche altre serie, ma non per questo autobiografica, Fleabag è una serie inscindibile dalla figura di Phoebe Waller-Bridge. Forse è proprio questo ad affascinare più di altro, la dedizione totale che traspare dall’autrice nei confronti della sua creatura, scritta chiaramente in stato di grazia. Una storia nata come sfida, o forse solo come gioco, quando le venne chiesto di inventare una base per uno sketch di dieci minuti. Da quella sfida venne fuori un one woman show messo in scena a Edimburgo nel 2013, anche quello pluripremiato. Il resto è una storia che è stata raccontata sulla BBC e che è stata distribuita nel resto del mondo da Amazon.

fleabag

Nel trasporre la storia dal teatro alla tv, l’autrice ha mantenuto quell’approccio diretto al pubblico. La protagonista infatti rompe continuamente la quarta parete, congela il ritmo della scena e si rivolge agli spettatori. Questo dona un’impostazione teatrale alla serie, ma va ancora oltre e assume un significato simbolico. Fleabag prende il controllo della messa in scena della propria vita, ritagliandosi uno spazio di giudizio cinico che vale solo per lei, e che le permette di guardare da un’altra prospettiva gli altri. L’espediente è divertentissimo, ma serve anche a creare un distacco rispetto agli altri. Ed è geniale a dir poco il ribaltamento di questo strumento nella seconda stagione, quando entrerà in scena il personaggio del “prete hot” interpretato da Andrew Scott.

La telecamera sostituisce quindi lo sguardo del pubblico a teatro, diventa strumento narrativo e chiave per decifrare il senso della serie. Phoebe Waller-Bridge ha sintetizzato così il proprio pensiero:

Era davvero importante mantenere la vitalità che mi ha dato nella commedia con il pubblico. Insieme all’idea di avere il controllo della storia. È come se lei dicesse: “vieni con me nella mia esilarante vita”, e poi c’è un momento verso la fine in cui lei dice “mi sono pentita di averti fatto arrivare qui. Vorrei che tu non fossi qui”.

Nelle pieghe di una scrittura sagace, mai banale, dal ritmo folgorante, si inseriscono quindi riflessioni sul dolore. Quello personale o quello di genere femminile, come emergerà in uno splendido dialogo con un personaggio interpretato da Kristin Scott Thomas che è la porta per il racconto della sessualità nella serie. Un desiderio di piacere minato da convenzioni, ruoli, terminologie:

Non sono ossessionata dal sesso, solo non riesco a smettere di pensarci. Alla performance, all’imbarazzo, al dramma, al momento in cui capisci che qualcuno vuole il tuo corpo. Non tanto alla sensazione. (Fleabag 1×02)

Vent’anni dopo I monologhi della vagina di Eve Ensler, Phoebe Waller-Bridge scardina il comfort di una narrazione statica e stereotipata. Va oltre, racconta pulsioni, desideri, e senza chiedere il permesso. E sarebbe molto semplice inserire la serie nel filone degli show che negli ultimi anni sono partite da una voce “giovane” per raccontare il disagio di un’intera generazione nell’afferrare una maturità che il mondo sembra posticipare sempre più: Girls, Master of None, Ramy. Fleabag se ne distacca per freschezza di scrittura e trovate, provocazione ora erotica ora sussurrata, che sembra nascondere sempre qualcosa in più rispetto a ciò che mostra.

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