LA SIGNORA IN GIALLO È DISPONIBILE SU AMAZON PRIME VIDEO

Il genere, inteso come insieme di regole e strutture di riferimento che servono a inquadrare un prodotto a una prima occhiata e a creare aspettative sul suo prosieguo legate alla familiarità con le suddette regole e strutture, è, nella percezione comune, il nemico numero uno dell’universalità di un’opera. Esistono i film di genere ed esistono i film autoriali, che il genere lo trascendono; esistono i romanzi horror, i romanzi di fantascienza, i romanzi fantasy e poi i Grandi Romanzi, che parlano a chiunque perché non aderiscono a un manifesto ma sublimano nell’universale. Questo almeno vuole la vulgata.

Anche all’interno della grande famiglia dei generi ci sono differenze e antipatie, generi di serie A (quelli dei quali ci si fida, nei quali l’autorialità è sempre dietro l’angolo: il biopic, il film di guerra, il dramma sentimentale) e generi di serie B (quelli che “boh, se ti piace il genere…”): è il motivo per cui Hitchcock è un Autore il cui nome è noto a chiunque mentre John Carpenter rimane un regista di nicchia, per quanto ben popolata. La scelta del primo nome non è casuale: thriller, giallo, mystery, chiamatelo come volete ma Hitchcock faceva cinema di genere, e che genere! Sangue, violenza, terrore, crudeltà, tensione, eppure il regista di Psyco è universalmente (e a buon diritto) considerato uno dei grandissimi del Novecento, un autore che con le sue intuizioni ha cambiato la storia della settima arte.

Il merito di questo curioso posizionamento culturale del giallo è in grandissima parte di Hitchcock stesso, che portava pubblico al cinema con la promessa di gran divertimento e intanto con quegli stessi film riusciva a stupire critici intellettuali e cinefili. Per le generazioni nate o cresciute negli anni Ottanta, però, c’è un altro nome che è impossibile non citare: è quello di Angela Lansbury, o se preferite di Jessica Fletcher, protagonista di una serie ragionevolmente nota chiamata La signora in giallo e arrivata in questi giorni nella sua interezza su Prime Video. Nata da un’idea del trio composta da Peter Fischer, Richard Levinson e William Link (gli ultimi due già dietro Ellery Queen e Il tenente Colombo), La signora in giallo è andata in onda su CBS per 12 stagioni, dal 1984 al 1996, vinto quattro Golden Globes e incollato allo schermo milioni di spettatori (23 solo in America all’apice della sua popolarità) a ogni puntata. Che effetto fa rivederla oggi, in epoca di peak TV?

 

 

La fortuna di La signora in giallo è che è una serie molto classica, verticale, con episodi autoconclusivi e – al netto di periodi più o meno sperimentali come le due stagioni nelle quali Angela Lansbury compare solo all’inizio e alla fine di ogni puntata – sostanzialmente tutti uguali tra loro: c’è un omicidio, la polizia non riesce a risolverlo, Jessica Fletcher sì perché è più furba. In questo senso, guardare il pilot è come guardare lo scheletro di ogni singolo epispdio, e un’ottima indicazione di cosa succederà nei successivi 263: La signora in giallo è tutta racchiusa nei 90 minuti (praticamente un film) della sua prima puntatona, Chi ha ucciso Sherlock Holmes?, e anche oggi nell’anno di grazia 2020 sono chiarissimi i motivi per cui la serie ha funzionato così bene.

Innanzitutto perché ha antenati nobili e facilmente riconoscibili: Hitchcock innanzitutto, ovviamente, del quale Chi ha ucciso Sherlock Holmes? cita in particolare, e ripetutamente, Nodo alla gola; la sagoma dell’Alfredo incomberà sull’intera serie, al punto che nell’ottava stagione l’episodio La casa delle tenebre è direttamente ambientato sul set di Psyco. E poi anche Agatha Christie, il cui personaggio di Miss Marple (ispirato alla nonna della stessa Christie) era già stato interpretato proprio da Angela Lansbury nel 1980 nel floppone Assassinio allo specchio di Guy Hamilton, al fianco di Liz Taylor, Rock Hudson e Tony Curtis, e che è impossibile non rivedere nel personaggio di Jessica Fletcher, scrittrice di gialli con un grande fiuto per i misteri e i delitti. C’è molta, classicissima televisione americana: establishing shot come se piovesse all’inizio di ogni scena, poi grandi dialoghi e grandi campi-controcampi ad accompagnarli; ma c’è anche un inaspettato gusto per il linguaggio dell’orrore, tra assassini con il volto in penombra e una quantità francamente imbarazzante di pistole di Cechov che regolarmente sparano il loro colpo entro la fine della scena.

Non c’è, insomma, nulla di particolarmente nuovo o sperimentale nei primi 90 minuti di La signora in giallo, che formalmente si inseriva senza farsi troppo notare in un palinsesto dominato dai Jefferson, dai Robinson e da Magnum P.I.; eppure è facilissimo capire perché la serie abbia avuto tutto il successo che ha avuto. Perché era un prodotto universale: andava in onda la domenica sera alle 20, e serviva a riunire tutta la famiglia tradizionale, con la mamma che poteva identificarsi con la protagonista, il papà che poteva divertirsi a sbrogliare il mistero e i figli che si godevano le pistole e gli omicidi. Perché Jessica Fletcher in primis era un personaggio trasversale: brillante e sarcastica come ci piacciono i detective, ma anche educata, elegante e dal cuore d’oro come si addice a una brava vedova della provincia americana. Era persino progressista a modo suo, nella misura in cui una giornalista dice del suo primo romanzo (la cui pubblicazione da il la alle vicende di Chi ha ucciso Sherlock Holmes?) che “ha una forte spinta femminista”; in sostanza andava bene a grandi e piccini, a genitori e figli, alla mamma e al papà, a chi amava l’azione, a chi amava il mistero, a chi amava la placida vita di campagna del Maine (un elemento quasi assente nel pilot per ragioni di trama, ma centrale per la serie).

La Signora in Giallo era anche in un certo qual modo un’utopia: un mondo dove non esistono barriere di razza o di genere, dove i casi di omicidio si risolvono con l’acume e lo spirito di osservazione e dove la polizia non si fa problemi a coinvolgere i civili in indagini delicatissime (forse quest’ultima parte è più da distopia, in effetti). Ma è più che altro una funzione dell’epoca in cui è andata in onda, e non è questa la sede giusta per un saggio sull’immotivato ottimismo dell’industria dell’intrattenimento americana durante l’epoca reaganiana: levati gli orpelli ideologici, quello che rimane oggi di Chi ha ucciso Sherlock Holmes?, e di La signora in giallo, è soprattutto la sensazione che se oggi Hitchock è famoso quanto Topolino il merito sia anche di Angela Lansbury.

Ah, e che un prodotto ben scritto sarà sempre bello anche a 35 anni dalla sua uscita, ma questo lo davamo per scontato.

 

 

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