Con quasi 400.000 pagine tradotte in 13 lingue diverse, delle quali 79.000 dedicate a singole opere e 29.000 a tematiche trasversali nel mondo dell’intrattenimento, TvTropes è forse la più importante enciclopedia online dedicata alla cultura pop e ai suoi meccanismi. Nata nel 2004, creata da un tizio anonimo conosciuto solo come “Fast Eddie”, inizialmente concentrata solo su Buffy the Vampire Slayer, TvTropes è cresciuta fino a diventare un punto di riferimento essenziale: nei suoi meandri si trovano catalogati, discussi, sviscerati e analizzati tutti i trope – “tropi“, in italiano, con un significato però lievemente diverso – sui quali è costruito un buon 99,99% dell’arte narrativa moderna e contemporanea, dai romanzi ai fumetti ai film ai videogiochi alle serie Tv. È, in altre parole, una gigantesca addenda al Viaggio dell’eroe di Joseph Campbell, compilata con la passione per le sottocategorie e la divisione in generi e sottogeneri che caratterizza ogni buon abitante di Internet.

Con esattamente 100 episodi andati in onda dal 2014 al 2019 su The CW, e svariate nomination e premi di ogni tipo, dai Golden Globe ai Teen Choice Awards, Jane the Virgin è la dimostrazione che non è necessario creare un’enciclopedia online per mettere in atto la decostruzione dei meccanismi narrativi che tengono in piedi l’intero edificio dell’intrattenimento occidentale – basta una telenovela.

Per usare una metafora cara a Shrek, Jane the Virgin è come una cipolla, metafora in realtà inesatta perché presuppone una qualche forma di gerarchia tra ciò che è esteriore/visibili e ciò che è interiore/invisibili, ma che nonostante questo si presta al discorso; Jane the Virgin è fatta a strati.

Creata da Jennie Snyder Urman, che si è fatta le ossa scrivendo per Hope & Faith e lavorando come produttrice per Una mamma per amica, è un adattamento molto lasso di una telenovela venezuelana, Juana la Virgen, con la quale condivide quasi solo lo spunto di partenza. Che è questo: Juana/Jane è una brava ragazza di famiglia cattolica che ha deciso di conservare la propria verginità fino al giorno del suo matrimonio, e che a causa di un errore medico viene inseminata artificialmente e si trova costretta confrontarsi con la sua nuova realtà di essere una donna vergine incinta. Questo il pitch, mentre lo sviluppo è quello classico di una telenovela: amore, cuori spezzati, tradimenti, gemell* cattiv*, misteriosi delitti, una storia che ruota intorno a poche location immediatamente riconoscibili e spesso indicative di quello che sarà il mood della scena seguente.

Dicevamo però degli altri strati, ed è qui che Jane the Virgin trascende e diventa un’opera che potrebbe (dovrebbe, in realtà) conquistare anche chi si nutre solo di pane e Steven Seagal, o a chi non concepisce film che non siano horror, o a chi non riesce a seguire una storia se non è punteggiata da esplosioni a intervalli regolari. Ciascuno di questi strati si meriterebbe un approfondimento a parte – il fatto che sia una serie le cui protagoniste sono tre donne latine, per esempio, o la capacità del team di scrittura di pescare anche dalla politica e dall’attualità per usare la serie come piattaforma per lanciare messaggi, o la considerazione che i maschi della serie PARLANO delle loro emozioni invece di SOFFRIRE IN SILENZIO E STOICAMENTE –, ma quello più trasversale, quello che rende Jane the Virgin (anche) una riflessione ficcante sulle fondamenta stesse delle storie che ci raccontiamo, è la presenza costante del voice-over, di un narratore che funge da tramite tra il racconto e il pubblico, e che costantemente commenta, osserva, suggerisce, azzarda, aiuta a interpretare, apre occhi, stuzzica e più in generale accompagna la visione aggiungendo un ulteriore strato (appunto) di significato alle vicende.

 

jane the virgin

 

È una scelta senza dubbio figlia della passione per “le cose meta-” che ha caratterizzato gli ultimi dieci/quindici anni nei quali un numero imprecisato di autori e autrici in tutti i campi dell’intrattenimento hanno preso d’assalto la quarta parete e l’hanno abbattuta a colpi di mazza ferrata, poi hanno preso le macerie, le hanno tritate e ne hanno sparso la polvere al vento.
(Ci si potrebbe leggere una qualche forma di parabola negativa, tipo: prima abbiamo inventato le storie e le abbiamo raccontate, poi abbiamo esaurito le storie nuove e ci siamo messi a discutere di quelle vecchie, infine abbiamo esaurito le riflessioni e direttamente ricominciato a dirci storie vecchie con il vestito nuovo).

C’è però una differenza fondamentale tra quello che fa Jane the Virgin e quello che fa, per dire il caso più recente e clamoroso, Deadpool, e cioè: Jane the Virgin non rompe la quarta parete, ne allarga semplicemente i confini così da includere gli spettatori stessi, che sono parte integrante (per quanto muta) della narrazione nella misura in cui i racconti del narratore sono rivolti direttamente a loro e lui in quanto personaggio esiste in una dimensione differente rispetto a quella delle storie che sta raccontando, che è quella, appunto, degli spettatori; non è “Kate Winslet da vecchia che racconta Titanic” né “Kevin Spacey che parla direttamente alla telecamera”, ma uno scambio di opinioni. Il narratore di Jane the Virgin è parte del pubblico, è lì di fianco a voi sul divano durante la visione, ed è così, istituzionalizzando l’occhiolino, che la serie evita di cadere nella stucchevolezza.

La voce narrante (e onnisciente) è anche, e soprattutto, il primo motore della riflessione sui generi e più in generale sulla narrazione che fa da sfondo a tutte le cinque stagioni di Jane the Virgin, riflessione che narrativamente si regge sul fatto che Jane, la protagonista, sogna di fare la scrittrice, e che nel corso di cento episodi ha portato la serie a vagare in territori apparentemente impensabili. Certo, è prima di tutto una telenovela e non ha mai smesso di esserlo, ma nell’arco di cinque stagioni è stata anche un thriller, un fantasy, un period piece in costume, un musical, a seconda di quello che richiedeva la storia e in ossequio a uno dei modelli narrativi principali sia di Jane sia di Jennie Snyder Urman, cioè il realismo magico di stampo sudamericano, da Allende a Borges a Marquez. È un’operazione non dissimile da quella fatta da Rachel Bloom con la musica in Crazy Ex Girlfriend, che Jane the Virgin applica però al racconto, e soprattutto dove le canzoni di Rebecca Bunch sfruttavano i generi per portare avanti la storia e li trattavano di fatto come orpelli estetici, qui è la storia stessa che informa il genere di riferimento: se entra in scena il personaggio della “criminale internazionale pericolosissima” e minaccia di morte un personaggio, è naturale che il tono del racconto cambi e abbandoni il romanticismo per spingere l’acceleratore sulla tensione, e che quella che cinque minuti prima era messo in scena come una telenovela diventi un poliziesco con tutti i crismi.

Le ultime quattro parole del paragrafo precedente sono la chiave di tutto il discorso: è vero che Jane the Virgin si diverte a puntare il dito contro le formule magiche e quelle soluzioni che si applicano pigramente a una storia per portarla avanti e tirare fino in fondo (pensate solo al trope del “personaggio con amnesia”). Ma è anche vero che lo fa sempre con il massimo rispetto, e che riconosce che una casa può anche essere fatta di mattoncini uguali a tutti gli altri mattoncini di tutte le altre case della città, ma una casa non è solo i suoi mattoncini. E quindi ogni volta che c’è uno scarto tonale, un brusco cambio di atmosfera, un ingresso a gamba tesa in un genere che apparentemente non c’entra nulla, Jane the Virgin fa di tutto per esaltarlo, per celebrarlo, per spiegare come mai quel mattoncino funzioni o come mai non si riesca a fare a meno di quest’altro.

E così quella che inizia come una pioggerella di spunti si trasforma, ora della quinta stagione, in un diluvio di riflessioni, considerazioni e rivelazioni, che farebbe venir voglia a chiunque di scrivere qualcosa, qualsiasi cosa, e la cui morale rassicurante e sempre molto meta- è: usate pure i cliché, purché li usiate come arma e non come stampella. O anche, riformulato: non c’è differenza tra “un bacio al chiaro di luna”, “lo straniero senza nome che se ne va a cavallo verso il tramonto” e “la prima coppia che fa sesso viene uccisa dal serial killer”, e non bisogna vergognarsi a usarli, anche tutti e tre contemporaneamente se ha senso, perché non sono banalità ma un substrato comune, un linguaggio condiviso che impariamo fin da piccoli e che permea secoli e secoli di racconti, storie, fiabe, favole e leggende.

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