ZeroZeroZero, co-creata da Stefano Sollima, arriva su Sky Atlantic e Now Tv il 14 febbraio

Non c’è davvero niente di più metaforico del figlio di un regista di B movie anni ‘60 e ‘70 che rimette il cinema italiano sui binari del genere. Stefano Sollima, figlio di Sergio Sollima (Città Violenta con Charles Bronson e Telly Savalas ma anche la serie di Sandokan), non ha solo rimesso in piedi l’idea stessa che in Italia si possa fare dell’azione ma si è inserito con incredibile decisione nelle forme più avanzate di cinema d’azione mondiale non appena ha potuto lavorare a Hollywood. Non è solo un buon regista italiano: è un ottimo regista mondiale. Non sta, in ritardo su tutto, riciclando per noi (che non li avevamo mai messi in pratica) i buoni principi e lo stile del cinema d’azione di 10 anni fa, ma si mette sulla frontiera e cerca di spingere in avanti quel genere.

L’idea di azione di Sollima è quella del cinema totale. Non è un maniaco del montaggio come Greengrass, né un appassionato della prestazione degli attori come Friedkin (che dai loro movimenti faceva discendere l’action), è semmai un grandissimo creatore d’atmosfera come Denis Villeneuve. Fu quello che stupì tutti nel suo primo lavoro ad alti livelli dopo una 15ina d’anni di gavetta, corti, Un Posto Al Sole, La Squadra e via dicendo: Romanzo Criminale. In quella serie cominciava a fare quel che era più complicato fare altrove, cioè utilizzare la colonna sonora assieme al montaggio non per esaltare lo spettatore ma spiegare cosa sentano i personaggi mentre gli sta accadendo qualcosa.

Nel passaggio da Romanzo Criminale a Gomorra è stato un po’ il suo marchio di fabbrica, il dettaglio subito riconoscibile, l’uso della musica, ma in realtà l’idea di Sollima è molto più profonda. Nelle scene che idea e nella maniera in cui prepara l’azione esiste una profonda conoscenza dell’aria che stanno respirando i personaggi. Per questo per lui è molto più importante la stasi dell’azione. È capace di creare momenti di estrema chiarezza ed efficacia, ma è poi quando i suoni, la colonna sonora o il silenzio marciano sugli eventi che quelle scene d’azione si fanno memorabili.

Di Sollima ne avevamo bisogno come il pane non solo perché è un tecnico vero, bravo e audace, ma perché lo stile che imperversava da noi e faceva danni a destra e manca era fatto di compiacimento. Era uno stile d’azione molto al di sotto degli standard europei (quelli asiatici e americani non li menzioniamo) e per giunta veniva spacciato per chissà che raffinatezza, l’azione era enfatizzata e occupava un minutaggio ingiustamente lungo. Sollima invece ha già dentro di sé Scorsese e Kitano, gli spari, le morti, le colluttazioni o gli incidenti accadono quasi all’improvviso e si esauriscono in pochissimi secondi senza clamore. Ordinaria morte. La parte aberrante dell’azione per come la riprende lui sta proprio nella sua rapidità e nello scarso clamore. Non c’è mai gloria, solo abilità.

In una delle sue scene più note, quella in cui Ciro l’immortale obbliga Genny, ancora imberbe, a uccidere qualcuno per la prima volta, l’audio dei rumori, delle preghiere e dell’agonia, ma anche lo sporco e la mestizia del contesto sono decisamente più importanti dell’evento. È un momento cardinale ma è stranamente poco clamoroso (lo si può vedere nel video qui sotto, anche se purtroppo il montaggio non è quello reale, ci sono dei microtagli fatti da chi l’ha confezionato, lo stesso è utile per ricordare il tono della scena).

Quando dopo Romanzo Criminale ha realizzato A.C.A.B. si è misurato esattamente con questo, cioè con il racconto di tutto quello che esiste tra un momento d’azione e l’altro. Quel film di poliziotti violenti è l’equivalente d’azione del cinema romantico di Wong Kar-Wai. Il secondo si svolge sempre quando un amore è finito e un altro forse può iniziare, il primo vive di stasi e attese, di colpevolezza e conseguenze tra un’azione e l’altra più che della messa in scena dell’azione effettiva.

E ovviamente così facendo non può che essere il regno degli attori. Perché nonostante Sollima non sia appassionato del loro movimento (non chiede mai stunt estremi, non gli fa fare chissà cosa davanti all’obiettivo) come tutti i veri registi d’azione sa che le parole sono fondamentali ma devono essere poche ed incisive. Gli attori li usa non tanto per quel che dicono ma per i rumori che fanno, per quanto urlano, per come contribuiscono all’atmosfera.

Gomorra ha creato uno standard mondiale in fatto di mafia per questo motivo. Non è imitato per gli inseguimenti o per gli spari, è imitato per il complesso di scenografia, fotografia, costumi e stasi. È imitato per come le persone si parlano e non per quello che si dicono, per come c’è nell’aria un rischio e un pericolo di una morte di cui a nessuno importerà niente.

Purtroppo questo non si trovava davvero in Suburra (forse è il suo unico scivolone), che sembrava una versione rimescolata di Gomorra, la cui personalità faticava ad uscire ed emergeva giusto nei segmenti con la famiglia mafiosa zingara, un’idea innovativa e completamente diversa di esercizio del potere e rischio di morte.

È stato allora con Soldado che definitivamente Sollima ha creato il suo action movie moderno. Tecnicissimo, pieno di momenti di pura velocità, decisivo e nero nella sua storia che però ha poi una rarefazione pazzesca. Certo seguiva lo stile del precedente, Sicario (non a caso di Villeneuve) ma lo portava anche più avanti. Soldado è un film per palati finissimi che ha tutti i crismi del neo-western con in più un mutismo e una voglia di dipingere il confine con il Messico come ultimo luogo in cui tutto può accadere perché manca la legge (o meglio c’è ma non è espressione di legalità, è una fazione come le altre). Soldado è un film di scenari vuoti, privi di rumori, squarciati da sparatorie immediate o nel quale ci si può rifugiare dentro capanne isolate.

Si veda la scena qua sotto come stabilisce subito un clima di guerra associando auto a elicotteri nella stessa inquadratura e poi come sbrighi in pochissimi minuti una sparatoria che altrove poteva tranquillamente occupare 10 minuti. Non è solo secco, è proprio significativo del carattere dei personaggi e serve a dimostrarne la determinazione quando alla fine prendono la decisione di portare via la ragazza.

Ecco quindi che l’aspettativa più eccitante di ZeroZeroZero, in arrivo dal 14 febbraio su Sky Atlantic e Now Tv, è proprio il fatto che stavolta si gioca su tre tavoli: Calabria, Stati Uniti, Messico. Ci sono diversi tipi di atmosfere e diverse idee di crimine (quello in giacca e cravatta seduto al tavolo, quello urlato in dialetto calabrese nei boschi, e quello violento e corrotto del Messico in cui non è possibile sapere chi è buono e chi no). Per ZeroZeroZero Sollima è costretto a enfatizzare il suo stile perché ognuna di quelle dimensioni deve essere diversa, deve avere un carattere, deve raccontare un’altra storia e deve farlo ad ogni singolo stacco da un filone all’altro, quindi deve farlo a partire dall’aria che si respira.

Quel che è stato possibile vedere al Festival di Venezia, cioè i primi due episodi, sono in questo magistrali, mescolano le acque ma rimangono comprensibili e contengono (incredibile) anche dei momenti di fantastica tenerezza.