ZeroZeroZero, tratta dal romanzo di Roberto Saviano, arriva su Sky Atlantic e Now Tv il 14 febbraio – scopri di più

Credi nell’amore? L’amore finisce. Credi nel tuo cuore? Il cuore si ferma,” è con queste parole che inizia la storia di ZeroZeroZero, la serie televisiva tratta dall’omonimo romanzo di Roberto Saviano edito da Feltrinelli, co-creata da Stefano Sollima, Leonardo Fasoli e Mauricio Katz e prodotta da Cattleya, Bartlebyfilm per Sky, CANAL+, Amazon Prime Video e Studiocanal TV, che debutterà su Sky e Now Tv il 14 febbraio e cogliamo una certa geniale ironia nella scelta della data di San Valentino per la presentazione di questo progetto in 8 puntate che racconta lo scontro di tre diversi mondi uniti dal traffico internazionale di cocaina.

Sullo schermo, l’incipit di ZeroZeroZero è affidato alla voce di Adriano Chiaramida, che interpreta il personaggio di Don Minu, potente boss della ‘ndrangheta che dalla buca in una desolata campagna calabrese in cui è costretto a vivere per nascondersi dalle autorità, sciorina quelle che nel libro di Saviano sono definite “le regole dell’organizzazione“, che un un vecchio boss italiano enuncia “davanti a un consesso di chicani, italiani, italoamericani, albanesi ed ex combattenti dei Kaibiles“, in una delle poche scene colloquiali del libro.

Non è una lettura facile quella del secondo sforzo narrativo del discusso autore, che in più di 400 pagine investe letteralmente il lettore di storie, nomi, cifre e dati in un ritmo concitato, esasperato dalla scarna punteggiatura, che spinge a leggere quasi senza interruzioni di fiato e di pensieri. ZeroZeroZero è un ibrido, non è solo un romanzo, un’inchiesta giornalistica o un reportage eppure è anche tutte queste cose assieme e tra le sue righe emerge spesso prepotente il carattere dell’autore, a volte in quello che sembra quasi in grido di aiuto per l’isolamento in cui è costretto a vivere, altre una lectio sulle regole di uno spietato mondo di cui solo lui sembra conoscere i risvolti ed i rischi.

Il ritmo imposto alla narrazione, la foga con cui si susseguono nomi ed eventi ed in cui a volte si rischia di perdersi, è molto simile alla frenesia di un drogato, un “addicted“, come Saviano stesso si definisce, che dopo aver consumato la sua dose di cocaina – una droga “performativa“, che permette di fare qualsiasi cosa a chi ne fa uso – si ritrova poi a doverne affrontare gli effetti collaterali, perché “scrivere di cocaina è come farne uso. Vuoi sempre più notizie, più informazioni,” dice l’autore.

Nel libro non c’è una trama lineare, non ci sono dei protagonisti in cui rispecchiarsi o contro cui tifare e dopo un inizio che fa immergere il lettore in maniera decisamente brusca nella radice del problema – cioè che in molti, moltissimi, sicuramente anche qualcuno che il lettore stesso conosce, persino i più insospettabili, fanno uso di cocaina – ZeroZeroZero introduce infinite storie e volti, facendo copioso uso di termini come narcofosse, narcostato, narcocapitalismo, narcodollari. Tutto è legato al traffico internazionale di cocaina, il moderno capitalismo stesso è innescato da esso: che si parli di Messico, Colombia, Nigeria, Russia, Spagna o Italia, solo per citare alcuni dei tanti paesi coinvolti nel racconto, ogni cosa sembra avere origine dal potere di far trasformare questa polvere bianca in montagne di denaro, e non importa che ciò avvenga al prezzo di una violenza indicibile o di una corruzione capillare ed inarrestabile. La chiave di lettura di questo mondo non è nemmeno legata alla ricchezza che produce, ma al potere, un potere detenuto da pochi, capace però di muovere il mondo.

zerozerozero

Trasporre una simile mole di dati, che potrebbe ottenere l’effetto contrario di scoraggiare il lettore o lo spettatore, piuttosto che incuriosirlo, deve essere stata una sfida stimolante per Leonardo Fasoli e Mauricio Katz, che firmano la sceneggiatura dello show televisivo e che hanno creato, ispirandosi ad una serie di personaggi reali, una storia divisa in tre tronconi che contengono i temi principali del romanzo e che introduce un gruppo di compratori, intermediari e venditori le cui vicende si intrecciano grazie al viaggio di una partita di cocaina destinata a Gioia Tauro dal Messico.
Per chiunque mastichi un po’ di televisione, e tutte le persone coinvolte nel progetto sono fini conoscitori di questo mondo, è cristallino che, per avere successo, una serie debba parlare di persone piuttosto che sciorinare fatti e che il pubblico deve poter relazionarsi con i protagonisti, a volte anche semplicemente odiandoli, per sintonizzarsi episodio dopo episodio e giungere fino alla fine del racconto. Ecco perché, appositamente scritti per la serie, nascono questi nomi intorno ai quali si svolgono le vicende di ZeroZeroZero la serie.

Lo show risulta in questo modo un progetto molto diverso da quello del libro da cui è tratto, di cui non tradisce però mai l’essenza, e si distingue da esso in maniera netta per la scelta di raccontare il narcotraffico attraverso gli occhi dei suoi protagonisti, spostandosi tra Calabria, Stati Uniti e Messico con una lucidità e linearità narrativa che rendono fluido il racconto del quale non si perde mai il filo. La trama della serie non si riduce così solo alla cronaca del viaggio di una partita di droga, ma evolve grazie alla storia di due famiglie, quella americana dei Lynwood, gli intermediari, il padre Edward (Gabriel Byrne) ed i figli Emma (Andrea Riseborough) e Chris (Dane DeHaan), con i quali è quasi impossibile non empatizzare considerato il loro saldo e sincero legame, e quella del clan della ‘ndrangheta guidato con pugno di ferro da Don Minu (Adriano Chiaramida), che deve vedersela con problemi che non arrivano solo dall’esterno, ma anche e soprattutto dalla sua stessa famiglia, in cui si combatte una guerra senza quartiere per il potere, quello stesso potere che è appunto fondazione e tema principale del libro.

E infine c’è, in Messico, il personaggio del sergente Manuel Contreras (Harod Torres) uno dei più intriganti, misteriosi e indubbiamente spietati di questa sorprendente trasposizione di ZeroZeroZero, nonché il centro di alcune delle migliori scene d’azione, il cui uso è però dosato con rigore dall’asciutta regia di Sollima.

Entrare nel mondo descritto da Saviano nel suo romanzo-inchiesta ed in quello della serie televisiva a cui è ispirato è quindi sì un’esperienza diversa, ma porta comunque a scontrarsi con una realtà apparentemente molto distante dalla nostra, che conduce tuttavia alla medesima conclusione: il narcotraffico è un mostro inarrestabile che riguarda tutti noi, senza esclusione ed è fondamentale parlarne ed esporlo, senza spettacolarizzarlo, per essere consapevoli della realtà che ci circonda. Se a questo si aggiunge il potere di coinvolgimento di una vicenda umana come quella narrata nella serie, allora sarà ancora più difficile dimenticare, voltare la testa e tornare alle nostre vite come se il potere della cocaina e tutto quello che muove non ci toccasse.

Cosa ne pensate? Potete dircelo nei commenti o sul forum!