La nozione che nel mondo esistano degli scarabei per i quali non c’è nulla di più importante di una palla di sterco è ormai talmente diffusa da non suscitare più alcuna sorpresa, eppure è una delle chiavi di volta per spiegare l’esistenza di una serie come Absurd Planet, cioè una delle pochissime idee realmente originali uscite negli ultimi anni nell’ambito della documentaristica scientifica.

I documentari naturalistici sono con noi da ormai quasi un secolo, da quando Robert Flaherty diresse Nanuk l’esquimese (sic), e sono parte dell’immaginario collettivo dai tempi di La natura e le sue meraviglie, la serie voluta da Walt Disney che ha introdotto il grande pubblico al racconto naturalistico per immagini e alla bellezza di riprese che si limitino a descrivere cose che succedono in natura e che è difficile se non impossibile per la maggior parte delle persone osservare direttamente – oltre a una serie di distorsioni della realtà e vere e proprie fake news come la storia dei lemming che si suicidano in massa, ma questo è un altro discorso.

I documentari naturalistici sono anche rimasti sostanzialmente uguali a loro stessi per decenni, gli unici veri passi avanti fatti a livello tecnico, con camere migliori e più mezzi per esplorare anche gli angoli più remoti del pianeta – che si tratti di riprese subacquee o a volo di drone. Per il resto non si sono mai staccati troppo dal template stabilito da Disney prima e dalla BBC: voce narrante tra l’informativo e il poetico, un minimo di montaggio per dare un senso di narrazione ad alcune sequenze, e per ogni singolo documentario una collezione di casi di studio tenuti insieme da una qualche forma di fil rouge tematico. Non è necessariamente un male: il documentario è anche uno strumento di osservazione e di didattica scientifica e la rigorosa aderenza a una struttura facile e familiare aiuta molto a far passare concetti e nozioni. Ma come qualsiasi fan di Piero Angela sa bene, i documentari di natura sono molto spesso uguali a loro stessi e concentrati sulle stesse bestie (è probabile che esistano più ore di girato della savana africana che degli studios di Hollwood), e ci sono poche cose più tradizionaliste della voce di David Attenborough che parla di iene e ippopotami.

Negli ultimi anni, le poche scosse a un genere che ha sempre prosperato nel suo orticello sono quasi sempre arrivate grazie a personalità forti e a cavallo tra scienza e intrattenimento, gente come Steve Irwin, che ha fatto di se stesso e del suo rapporto con gli animali pericolosi il cuore dello show. E soprattutto da Internet, che ha avuto il grande merito di sdoganare tutto quello che i documentari tradizionali da prima serata in TV preferivano ignorare in nome degli ascolti: gli animali cosiddetti “brutti”, quelli “cattivi”, quelli che fanno cose disgustose, quelli che ci sembrano assurdi o esagerati; tutta quella fetta di natura (la più vasta, peraltro) che non ci regala affascinanti panoramiche di pianure sconfinate dove si consuma l’eterna lotta tra preda e predatore, ma immagini da film horror piene di ragni velenosissimi, rane che si spaccano le ossa per usarle come coltelli, e ovviamente scarabei che vivono per la cacca. In Italia abbiamo l’esempio di L’orologiaio miope e più di recente il canale YouTube di Barbascura, mentre per gli anglofoni il riferimento è stato per anni la rubrica Absurd Creatures su Wired, che è poi diventata oggi una serie per Netflix che si chiama Absurd Planet. E qui torniamo all’inizio.

Absurd Creatures presentava ogni settimana un animale assurdo e ne spiegava nel dettaglio le stranezze con un tono leggero e divertente ma senza mai trascurare il rigore scientifico delle informazioni presentate. Era (la rubrica ha chiuso nel 2016) un bell’esempio di come sia possibile sfruttare il linguaggio e le esigenze della divulgazione su Internet senza sacrificare l’accuratezza delle informazioni sull’altare della comicità fine a se stessa. Absurd Planet, al contrario, è creata apposta per fare questo passo ulteriore, per abbandonare definitivamente il recinto dell’informazione e correre felice verso i prati dell’assurdo, dei meme e di tutto quello che rende lo stare su Internet un’esperienza inerentemente psichedelica a prescindere dai contenuti e dall’assunzione o meno di sostanze stupefacenti.

Sono 12 episodi che non raggiungono i 20 minuti di durata, organizzati tematicamente (ce n’è uno sull’accoppiamento, un paio subacquei, uno sul volo, uno sulle mazzate tra animali della stessa specie…) e ciascuno ripieno di micro-casi di studio, ai quali vengono dedicati non più di due minuti e che provano a raccontare, cambiando ogni volta formato e genere, qualcosa sull’animale analizzato. In sostanza si tratta di videini stupidi da YouTube che incidentalmente parlano di un animale, ma che per la maggior parte sono interessati soprattutto a mettersi in mostra e a far vedere quanto è brillante la soluzione creativa scelta. Ovviamente gli scarabei stercorari sono uno dei primi soggetti trattati: la serie gioca con l’arcinota assonanza tra “beetle” e “beatle” e il segmento dedicato a questi insetti è… una canzoncina in stile Beatles che tesse le lodi della cacca. La talpa dal muso stellato diventa, con una spiegazione parecchio pretestuosa, il miglior avvocato del pianeta, e il suo segmento è una parodia della classica “pubblicità dell’avvocato” americana, tipo Better Call Saul ma con una talpa come protagonista. E via così: se l’avete visto su Internet in una qualche forma, è molto probabile che lo rivedrete in Absurd Planet, accompagnato da riprese di animali.

E qui viene il dubbio: è un colpo di genio o un’occasione sprecata? Di certo il formato funziona e colpisce: non solo gli episodi sono brevissimi, sono anche condensati, un frullato di idee sparate una dopo l’altra a ritmo rapidissimo e accompagnate da riprese che pur non rivoluzionando il mondo della documentaristica scientifica (per quello Netflix ha prodotto roba più seria tipo Our Planet) sono comunque di pregevole fattura e soprattutto originali – niente leoni gazzelle zebre e giraffe, insomma. Eppure alla fine di ogni episodio rimane sempre la sensazione di aver visto una compilation di video buffi a tema animali su YouTube, e l’overdose di informazioni rende difficile concentrarsi e trattenere qualcosa di più di un paio di sequenze particolarmente spettacolari.

È mimesi perfetta di certi contenuti “da Internet” che hanno però tutt’altro scopo: quello che manca ad Absurd Planet è un po’ di personalità e un po’ di coraggio nell’imparare anche dal passato, dalla lentezza e dalla densità (che non è accumulo superficiale) dei documentari tradizionali. L’idea di raccontare quei pezzi di natura che non hanno cittadinanza tra le braccia di Alberto Angela è vincente, il problema di Absurd Planet è che non riesce a togliersi una certa aria di antropocentrica superiorità, e a trattare i suoi animali assurdi come uno strumento per veicolare una risata più che come creature realmente interessanti (come invece faceva la rubrica originale). C’è comunque spazio per migliorare, per affinare un po’ la scrittura e smettere di affidarsi esclusivamente al LOL: se Netflix ci riuscisse potrebbe trovarsi tra le mani un game changer – soprattutto se considerate che nei prossimi anni il documentario di natura/di viaggio potrebbe fare il salto definitivo nel mainstream e diventare un appuntamento fisso per milioni di persone costrette da una crisi globale a ridurre se non annulare i propri spostamenti in giro per il pianeta.