Negli ultimi decenni il pianeta sta lanciando all’umanità segnali sempre più frequenti e intensi del suo fastidio nei nostri confronti, tanto che svariate persone lungimiranti (e soprattutto ricche sfondate e fondamentalmente egoiste) stanno prendendo sempre più sul serio l’idea che sia necessario stabilire una colonia umana su un altro corpo celeste, per portarci avanti e prevenire l’estinzione completa della nostra specie. Poco importa che si tratti di invadere Marte o la Luna: la fuga dalla Terra, che per anni è vissuta nell’immaginario collettivo sotto forma di affascinante e futuribile suggestione sulla quale è intellettualmente stimolante riflettere, sta diventando sempre più una necessità, o quantomeno un’opportunità da prendere sul serio e non derubricare a semplice fantasia da romanzo. Ecco perché è un ottimo momento per recuperare Ascension, miniserie di SyFy uscita nel 2014 e brutalmente ignorata da una buona fetta di pubblico compreso quello interessato al genere. Prima di parlarne, però, un minimo di introduzione sull’argomento.

Se è vero che viviamo in una sorta di clima pre-esodo, è curioso che in questo clima né il cinema né la TV abbiano dedicato granché spazio a una branca della sci-fi che mai come oggi sarebbe utile approfondire: quella che si occupa delle generation ship o navi-arca, gigantesche astronavi studiare per viaggi lunghi secoli o millenni e in grado di ospitare un nucleo di esseri umani di dimensioni sufficienti a far ripartire la civiltà altrove. Intendiamoci, le navi ricolme di gente non sono mai mancate al cinema, neanche negli ultimi anni: quella di Interstellar era una generation ship piena di embrioni congelati, Passengers è un (brutto) film sull’argomento e persino la Covenant di Alien: Covenant trasportava un gruppo di colonizzatori. Quello che manca a tutte queste novelle arche di Noè è però il dettaglio che rende realmente interessanti le navi generazionali: sono infatti navi per il trasporto di roba congelata da scongelare all’arrivo, non pezzi di umanità galleggianti nello spazio. Il vero fascino delle generation ship non è nel sapere che esistono e che ci stanno aiutando a fare trasloco, ma nello scoprire com’è passare tutta la propria vita in una grande scatola che galleggia nel vuoto, e nell’interrogarsi sulle possibili direzioni di evoluzione di quella che di fatto è una micro-società in provetta.

Ascension

La storia delle generation ship nella fantascienza e non solo è lunga e articolata e non è il momento di approfondirla, ma basti segnalare questi due passaggi: nel 1918 Robert Goddard scrisse The Last Migration, un saggio nel quale provava a rispondere alla domanda “cosa succederebbe se dovessimo scappare dal sistema solare?”, parlando per la prima volta della necessità di costruire un’astronave in grado di trasportare migliaia di esseri umani in animazione sospesa da un lato all’altro dell’universo. Dieci anni dopo Konstantin Tsiolkovsky, quello che sosteneva che la Terra fosse la culla dell’umanità e non si può passare tutta la propria vita nella culla, scrisse il saggio The Future of Earth and Mankind, nel quale correggeva il tiro rispetto a Goddard: secondo lui era importante che durante un esodo interstellare i passeggeri fossero svegli e in grado di riprodursi, così da avere più generazioni di esseri umani nel corso dello stesso viaggio – in altre parole, secondo lui prendere un terrestre, metterlo in animazione sospesa e risvegliarlo a destinazione è un’idea sciocca e foriera di enormi shock culturali. Serve un periodo di adattamento alla vita fuori dal pianeta, per cui secondo Tsiolkovsky una vera nave generazionale è quella sulla quale effettivamente le generazioni si succedono come avviene sulla Terra.

Come dicevamo prima, tutto questo è sorprendentemente assente sia dal cinema sia, soprattutto, dalla TV, dove i tempi più dilatati e l’ampio spazio che si può dare all’approfondimento psicologico aiuterebbero il racconto in maniera incalcolabile. La serie che ci è andata più vicina è Battlestar Galactica, che però segue le vicende di una serie di navi generazionali involontarie, visto che il presupposto è una fuga precipitosa da una guerra nucleare e non un’attenta e ragionatissima missione di colonizzazione di un altro sistema solare. Negli anni Settanta ci fu The Starlost, creata da Harlan Ellison e spernacchiata allora e ancora oggi. E poi, e così torniamo al discorso iniziale, c’è Ascension, una miniserie divisa in tre capitoli da due episodi da 40 minuti ciascuno che venne accolta con una certa freddezza ma che oggi, in nome dello zeitgeist, consigliamo di recuperare in qualche modo.

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Creata da Philip Levens e Adrian Cruz, che da allora non hanno fatto granché della loro carriera, e prodotta tra gli altri da Jason Blum e la sua Blumhouse, Ascension racconta la vita a bordo di una generation ship partita dalla Terra nel 1963 per volontà del presidente Kennedy e diretta verso Proxima Centauri; la durata prevista del viaggio è di 100 anni, per cui coloro che erano a bordo al momento della partenza non vedranno mai l’arrivo, un privilegio che sarà riservato ai loro figli e nipoti. La serie inizia con le celebrazioni del 51esimo anno del viaggio, quando la USS Ascension sta per superare il punto di non ritorno, superato il quale la nave comincerà a rallentare in vista dell’arrivo a destinazione e a consumare quindi troppo carburante perché sia possibile tirare il freno e tornare verso la Terra. È quindi il momento decisivo del viaggio, dopo il quale i legami con il pianeta natìo verranno spezzati definitivamente – un momento, peraltro, la cui importanza potrebbe sfuggire agli attuali passeggeri, la maggior parte dei quali non hanno mai neanche visto la Terra.

La serie si apre anche, in stile Twin Peaks, con l’omicidio di una giovane ragazza, che è anche il primo omicidio in 51 anni di viaggio: è lo spunto perfetto per scatenare tutte le peggiori emozioni legate al vivere su una generation ship, la paranoia, il crollo della fiducia nel prossimo, la claustrofobia, oltre alle più che legittime domande sulla bontà di tutto il piano, ha davvero senso andare a colonizzare un altro pianeta?, non conviene tirare il freno a mano finché si è in tempo e tornare a controllare come vanno le cose sulla Terra? È un impianto drammaturgico potentissimo sul quale purtroppo Levens e Cruz innestano personaggi e situazioni non sempre all’altezza delle aspettative – è forte la tendenza ad appiattirsi sui facili trope della fantascienza invece di provare strade più personali –, ma che ha un valore pazzesco anche solo come gedankenexperiment: come cambiano la cultura, le tradizioni e le abitudini di un gruppo di persone che lasciano la Terra negli anni Sessanta (con tutto il suo portato di classismo e patriarcato) e passano il secolo successivo in isolamento nello spazio? Che effetto ha sul tessuto sociale l’isolamento estremo, questa specie di mega-quarantena dove neanche l’autocertificazione ti può salvare perché se esci dagli spazi delimitati muori in pochi secondi visto che sei nel vuoto cosmico?

C’è anche da dire che quanto detto finora è solo la base su cui è stato costruito Ascension, che con il passare degli episodi prende strade sempre più impreviste e di fatto impedisce un’analisi completa dell’opera in un pezzo che dovrebbe consigliarvi di vederla. Poche volte come con questa serie anche un mezzo spoiler potrebbe rovinare il piacere della visione, (anche) perché il più grosso difetto della serie è la sproporzione tra la sua ambizione filosofico-letteraria e la diffusa mediocrità estetica del risultato finale – o se preferite: il post-visione è meglio della visione, e rifletterci su è più interessante che guardarla. Resta però la considerazione che, nonostante tutto il resto, Ascension rimane un unicum nella fantascienza moderna e una delle serie magari non più belle, ma sicuramente più interessanti degli ultimi anni.

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