In questi giorni si è festeggiato il primo anniversario del finale di una delle serie TV più viste e discusse di questo millennio, del quale abbiamo già scritto qualcosa qui. Se consideriamo gli articoli usciti un po’ ovunque e le reazioni sui social come termometro del gradimento generale rispetto all’opera di Benioff e Weiss, l’immagine che ne viene fuori è desolante: la conclusione di Game of Thrones è piaciuta a uno sparuto gruppo di persone che si contano sulle dita della mano mozzata di Jamie Lannister, e l’eredità della serie è stata quasi universalmente cancellata da un’ottava stagione considerata non all’altezza. Perché allora siamo ancora qui a parlarne? Perché oggi si festeggia un altro anniversario, quello di una serie il cui finale è ancora oggi uno dei più clamorosi pomi della discordia della storia della serialità, e che viene spesso usato (anche in questi giorni) come paragone in negativo per tutto ciò che un gruppo di autori TV non dovrebbe mai fare quando deve chiudere i battenti.

Parliamo ovviamente di Lost: quando un anno fa andò in onda The Iron Throne, uscirono su svariate testate di grande prestigio una serie di commenti il cui tono era riassumibile in “Lost scansati, è arrivato un finale ancora peggiore del tuo”. Un giudizio francamente inspiegabile, non tanto nella sua parte relativa a Game of Thrones quanto nel confronto con il mastodonte creato da JJ Abrams e portato a termine da Damon Lindelof, numeri alla mano una delle serie più importanti e seguite di sempre e che ha avuto l’unica sfortuna di arrivare al traguardo prima che un certo modo di raccontare storie in TV fosse definitivamente codificato e accettato (o il merito di essere tra le prime a codificarlo, se preferite).

Il finale di Lost fu prima di tutto la logica conseguenza di tutto quello che era successo alla serie nei sei anni precedenti, da un punto di vista produttivo, creativo e di reazione dei fan. Lost fu una delle primissime serie a sfruttare le potenzialità (e i pericoli) di Internet, del rapporto diretto con gli spettatori e di un certo modo di condividere contenuti e riflessioni in rete. È inutile raccontare per l’ennesima volta nel dettaglio cosa successe alla produzione di Lost tra il 2004 e il 2010: nata da un’intuizione dell’allora capo di ABC Lloyd Braun, la serie a cui JJ Abrams diede il via e che avrebbe poi visto Damon Lindelof e Cartlon Cuse come showrunner arrivò in TV in un periodo nel quale certe opere eminentemente orizzontali facevano fatica a sopravvivere, perché dovevano venire confermate anno su anno costringendo chi le creava a non spingersi troppo in là con la programmazione e ad avere sempre a disposizione un piano B nel caso in cui la produzione venisse stroncata in corso d’opera.

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Mancavano ancora quattro anni all’uscita al cinema del primo Iron Man e della nascita dell’ormai arcinota Fase uno della Marvel, e il legame con Lost non è così peregrino come sembra: l’opera di worldbuilding di Kevin Feige, l’idea di programmare una saga cinematografica spalmandola su svariati film, non ha avuto un impatto solo sull’universo in costante espansione dei franchise cinematografici, ma ha più in generale reso accettabile l’idea che si possano creare opere non-autoconclusive nell’ottica di raccontare una storia di più ampia portata. Un approccio che al cinema funziona se hai alle spalle una macchina da guerra di nome Disney, e che sembra invece disegnato apposta per la serialità televisiva. Con ogni probabilità, se potessero rifarla oggi, prima ancora di cominciare a fare il casting Abrams, Lindelof e Cuse scriverebbero una sorta di Bibbia con l’intera storia dell’isola e della Dharma Initiative, programmerebbero la timeline completa del racconto dividendola in capitoli e facendo attenzione a correggere ogni incongruenza, in breve tratterebbero Lost come un unico arco narrativo lungo sei stagioni.

Non è successo, perché al tempo non era ancora plausibile farlo: pensate per esempio a un’altra serie pioniera che con il tempo si è fatta sempre più orizzontale come Buffy di Joss Whedon, nella quale la retcon dovuta alla necessità di scrivere con un orizzonte temporale limitato prende addirittura forma fisica nella figura della sorella di Buffy. Lost partì con tante idee e molti punti di domanda che il trio (poi diventato duo) si riprometteva di svolgere e risolvere quando fosse arrivato il momento, ma si ritrovò quasi subito a dover fronteggiare un fandom che non voleva accettare passivamente le soluzioni inventate volta per volta dagli autori, ma voleva dire la sua, impossessarsi almeno in parte dell’opera e influenzarne la scrittura. Non è un caso che la struttura narrativa di Lost, stagione dopo stagione, sia di fatto una serie di cerchi concentrici: la prima stagione si concentra sui sopravvissuti, la seconda si allarga agli Altri, nella terza entra in gioco anche la Dharma Initiative, e così via, fino ad arrivare alle ultime due stagioni che allargano il focus a dismisura, risalendo fino all’inizio dei tempi e raccontando la storia degli esseri immortali la cui esistenza è intimamente legata all’isola, ai suoi abitanti e ai sopravvissuti del volo 815.

Il rischio insito nel costruire una mitologia per accrezione è quello di, per dirla con un termine tecnico, incasinare tutto, lasciarsi indietro pezzi, soprattutto creare incongruenze e buchi impossibili da riempire – in particolare se all’atto creativo contribuiscono con i loro micro-input milioni di persone in tutto il mondo (qui, se volete, c’è un’ottima analisi dell’importanza del rapporto tra fandom e autori di Lost, un argomento sul quale sono stati scritti anche fior di libri e articoli accademici). E il rischio di porre domande su domande e proporre misteri su misteri a un pubblico talmente attento che, parole di Matthew Fox, continua a mandare mail ad attori e autori segnalando gli errori presenti sulla Lostpedia, è quello di dimenticarsene qualcuna per strada, o ancora peggio di non fornire risposte soddisfacenti. Ecco perché, anche prima della sua messa in onda, il finale di Lost è sempre stato in un certo senso condannato al fallimento: nel momento in cui gli autori hanno aperto le gabbie e riconosciuto l’importanza dello scambio di opinioni, pareri e spunti creativi con il pubblico la serie è diventata di proprietà di tutti, e di conseguenza ha dato vita a tanti possibili finali quanti erano i suoi spettatori.

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Eppure, nonostante questo, The End, il doppio episodio conclusivo lungo come un film andato in onda il 23 maggio 2010, è ancora oggi un pezzo magistrale di televisione, e un esempio perfetto del tramonto di un’era e dell’alba di una nuova. Da un lato è un classico finale da televisione old school, un gigantesco sendoff nel quale si salutano tutti i personaggi, si chiude qualche parentesi e si fa in generale un giro del campo per beccarsi gli applausi; nei suoi 104 minuti c’è tutto quello che ci si aspetta da una conclusione di serie, lacrime, abbracci, risate, ricordi, nostalgia. Dall’altro è un tentativo, forse non del tutto riuscito ma comunque coraggioso, di ricucire sei anni di fili narrativi un po’ confusi e con qualche doppia punta di troppo, e di mettere il cappello definitivo non tanto agli archi narrativi dei sopravvissuti, quanto all’intera mitologia della serie, dalle origini al tempo presente. Volendo vederci qualcosa a cui al tempo nessuno aveva pensato ma che risulta evidente con il senno di poi, è un addio alla “vecchia” TV e un benvenuto a (una parte non indifferente di) quella nuova, quella che più che alla serializzazione guarda alla franchise-izzazione, alla crossmedialità e agli universi condivisi, e che in questi ultimi anni si ritrova soprattutto in prodotti come Westworld.

Entrare un’altra volta nei dettagli di quello che succede in The End è inutile (dieci anni dopo speriamo che sia chiaro a tutti che no, non erano “tutti morti all’inizio della prima stagione”), ma c’è un dettaglio che forse più di tutti qualifica il finale di Lost come un vero momento di passaggio e di svolta. È una scoria apparentemente insignificante di un certo modo di intendere la narrazione televisiva, inserita per mere questioni produttive e che al tempo causò reazioni imprevedibili e sproporzionate alla sua importanza: stiamo parlando della scelta di concludere The End con una carrellata sulla spiaggia dell’isola, dove si vede il rottame del volo 815 e una serie di oggetti appartenenti ai personaggi, ma non c’è ombra del cast. Al tempo quelle immagini fecero una cosa che i quotidiani italiani descriverebbero come “fare impazzire la Rete”: una fetta importante del fandom le indicò come prova evidente che nessuno era realmente sopravvissuto all’incidente, e che i personaggi della serie erano dunque davvero tutti morti nei primi minuti del primo episodio.

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La spiegazione, in realtà, è molto più banale: il montato venne inserito sui titoli di coda, DOPO l’ultima comparsa del logo LOST, semplicemente per ragioni estetiche, un modo per permettere al pubblico qualche minuto di decompressione prima che la rete andasse avanti con la programmazione ordinaria (un po’ il contrario di quanto fatto tre anni prima con il finale dei Soprano). Nessuno in produzione si era posto il problema che anche quelle immagini potessero venire considerate parte del canone di Lost, e che sarebbero quindi state sviscerate e utilizzare come prova per dimostrare una delle tante teorie sul finale (nonché quella più gettonata al tempo). Oggi, nell’epoca dei labirinti di Westworld e della sigla di Game of Thrones smontata a fotogramma per fotogramma per provare a intuire la direzione narrativa della stagione, nessuno farebbe un errore del genere, consapevole del fatto che tutto quello che passa a schermo è considerato parte della narrazione e inquadrato nell’ottica di un racconto più ampio e programmato a tavolino fin dal principio. In un certo senso il finale di Lost ha l’unico, vero, grande difetto di essere diventato vittima di se stesso e delle sue lezioni creative, che Lindelof e Cuse regalarono al mondo intero prima ancora di averle assimilate e di averne compreso appieno la portata.

Tutto il resto, il mostro di fumo, il lavandino gigante pieno di acqua magica, i gemelli del destino, l’isola che si teletrasporta nello spazio e nel tempo, è ancora oggi intrattenimento di altissimo livello, e soprattutto è storia della narrazione televisiva che si manifesta in diretta; una testimonianza della forma delle cose che verranno, per usare un (orrendo) calco dall’inglese nonché un concetto caro a un’altra serie che qualche anno prima faceva le stesse cose di Lost ma meglio, cioè Battlestar Galactica. Ma questo è un’altra storia e dovrà essere raccontata un’altra volta.

E no, davvero, mettetevi il cuore in pace: non sono tutti morti all’inizio della serie.