Ora che SKAM Italia è arrivato alla quarta stagione, in teoria la fine del format (l’originale norvegese ha questa durata), dovrebbe a tutti gli effetti chiudere.

La decisione la prenderanno Cross Productions, Ludovico Bessegato (il principale animatore in scrittura, regia e produzione creativa dell’adattamento) e tutti i broadcaster interessati in base a idee, volontà e opportunità che aprirebbe fare un’altra stagione, tuttavia l’impressione è che raramente abbiamo assistito ad un cerchio più chiuso di così, ad una serie così compiuta di un simile livello qualitativo. Chiudere significherebbe consegnare SKAM Italia ai poster come un prodotto compiuto e perfetto. Ha affrontato in 4 stagioni 4 personaggi con una capacità di raccontare 4 tematiche diverse, 4 tematiche eterne, tramite il suo opposto, cioè un’adesione maniacale al presente.
Soprattutto SKAM Italia ha segnato il trionfo definitivo nel nostro paese del linguaggio della serialità.

Gomorra, né 1992 (e successivi), né Il Miracolo, né The Young Pope, né ancora L’Amica Geniale o le altre ottime serie (più ambiziose e in certi anche più riuscite di SKAM) che siamo stati in gradi di produrre hanno segnato un solco così ampio con il cinema a favore dello specifico seriale. Ognuna di queste a suo modo è riuscita a lavorare (chi più chi meno) con i piedi in due staffe, con un occhio alla tv e uno al cinema. SKAM Italia invece del cinema non ha niente di niente. Non ha di certo il genere (sotto mille spoglie mentite ha un’ossatura in tutto e per tutto da soap opera), non ha assolutamente i richiami, le citazioni o i riferimenti del cinema (anzi semmai si rifà ad altra televisione per ragazzi), non ha una scrittura nobile ma una molto vicina al parlato, non vuole assolutamente lavorare sulle immagini ma più sulla scrittura, né infine ha quella capacità tipica del cinema di spendere denaro, costruire qualcosa di incredibilmente elaborato che si tiene assieme tramite una complessa rete di maestranze e collaborazioni, ma lavora su ambienti essenziali e messa in scena semplice.

SKAM Italia i suoi tantissimi pregi li ha insomma tutti nei campi su cui la tv lavora decisamente meglio del cinema. Li ha nella storia orizzontale, lunga e piena di rimandi ben orchestrati (la sua arte del cliffhanger è tra le più elevate), li ha nella scrittura di lungo corso, quella cioè che non lavora di sintesi per dire tantissimo in una scena (ogni tanto lo fa ma sono eccezioni) e che invece prende in giro lo spettatore, lo conduce per lunghi percorsi per fargli scoprire qualcosa con calma, trovando proprio nella lenta scoperta un senso di comunanza superiore. E infine i suoi pregi li ha, tantissimo, nella recitazione, campo nel quale ha compiuto una rivoluzione copernicana: la credibilità prima dell’interpretazione.

L’essenzialità di SKAM Italia sta tutta nella sua aderenza alla missione del proprio genere. Fa in tutto e per tutto il lavoro del cinema adolescenziale: trasformare l’ordinario in straordinario filtrandolo attraverso il sentimentalismo estremo dei suoi protagonisti. Pesca dalla memoria collettiva, rievoca fantasmi di esperienze personale nello spettatore e li inserisce in un’epica del quotidiano che per dirsi riuscita ha il dovere di non essere mai autocompiaciuta, autocelebrativa o anche solo kitsch. Riuscirci con questa costanza lungo 4 stagioni è un trionfo incredibile che ha già figliato nuove serie adolescenziali (non all’altezza) e i cui effetti si spera continueremo a sentirli a lungo.

Se questo è vero in assoluto però c’è anche un dettaglio di SKAM che è particolarmente clamoroso se inserito nel contesto italiano: la sua credibilità. Questa serie è disposta a sacrificare tutto, anche la sceneggiatura, per la propria credibilità. E il risultato è che per la prima volta da decenni vediamo degli adolescenti sullo schermo parlare e comportarsi come adolescenti. Non come la versione migliorata degli adolescenti che spesso vediamo nel cinema e nella tv americani (più simpatici, più divertenti, più svegli, più accattivanti) ma proprio come gli adolescenti, con lentezze, stupidità e una certa ripetitività che tuttavia il mestiere della serie rende godibile e appassionante. Sembra il manuale di come non si scrive, non si recita e non si dirige che tuttavia dà vita ad un racconto che calza i suoi personaggi come nessun altro.

Il risultato è che nessuna serie teen come SKAM riesce a creare un’atmosfera coinvolgente, riesce a risvegliare i fantasmi di quell’epoca dentro ogni spettatore, come se riuscisse a rimettere in scena dinamiche, persone, sensazioni o eventi appartenuti a tutti fingendo che non siano appartenuti a nessuno.

In un’epoca in cui (per la prima volta nella storia) una grande parte dell’intrattenimento per ragazzi è prodotto e creato da ragazzi stessi attraverso nuove tecnologie, nuovi canali e nuove modalità espressive (e quindi è non-professionale), SKAM riesce nell’incredibile impresa di rimettere al centro della loro fruizione una forma di intrattenimento scritta e diretta da qualcuno di più adulto.

Vista da tutti questi punti di vista diversi SKAM Italia ha davvero vinto tutto su tutti i fronti. È difficilissimo mollare quando si è così tanto in testa ma è anche vero che le serie che sono riuscite a chiudere al loro massimo vengono ricordate per sempre.