15 anni dopo la prima messa in onda della versione statunitense della serie TV The Office, avvenuta nel marzo del 2005, la sitcom continua ad appassionare nuove generazioni di spettatori. Le avventure di Michael Scott e della Dundler Mifflin sono entrate nell’immaginario collettivo non solo grazie alle ore di visione, ma attraverso gif, meme, e situazioni perfette per inquadrare le bizzarrie della società moderna. È paradossale: il protagonista di The Office è una realtà imprenditoriale in un inarrestabile declino, per via della digitalizzazione. L’azienda cartiera dove sono ambientate le puntate aspetta la propria fine passivamente.

Non resta altro da fare agli impiegati che imparare a gestire la noia e intrattenersi affinché le lancette dell’orologio possano passare più velocemente “dalle 9 alle 17”. Contrariamente al declino mostrato nelle nove stagioni, lo show The Office è sopravvissuto alla grande al cambio d’epoca (e di decennio). Vista oggi, l’opera ideata da Ricky Gervais, Stephen Merchant e Greg Daniels, fotografa il presente senza avere sulle sue spalle nemmeno un segno di ruggine. Ed è proprio l’insensatezza della frenesia del mondo digitale 2.0 che entra in contrasto con la quiete dell’ufficio di Scranton e rende le situazioni che si vengono a creare qualcosa di più di una semplice alchimia di risate. 15 anni dopo The Office è uno dei pezzi di televisione più premiati, apprezzati dalla critica e amati dal pubblico.

Ma come fu recensito nel momento dell’uscita? Il sito FilmSchoolRejects ha offerto una retrospettiva sull’accoglienza riservata alla sitcom dalla critica. E il responso fu tutt’altro che positivo!

Dana Stevens di Slate non è sfuggita all’inevitabile comparazione con l’originale UK e ha utilizzato un’analogia eloquente: “ti svegli scoprendo che le persone a cui eri affezionata sono state rapite come nell’ Invasione degli ultracorpi e sono state sostituite da sconosciuti”. Il riferimento è ovviamente legato al cambio di attori dal passaggio tra una versione e l’altra. Il cast è stato definito nella recensione come “un grosso errore di calcolo”, eccezion fatta per Steve Carrell, identificato ancora come “il corrispondente del Daily Show” (programma televisivo di satira che ha segnato l’inizio di carriera dell’attore). La critica più aspra? Sorprendentemente quella nei confronti di Rainn Wilson, che interpreta Dwight Schrute, in quanto considerato “senza una comicità propria”.

Tom Shales del Washington Post ha scritto che lo show “ha fallito nel segnare un colpo diretto, accontentandosi invece di una divertente approssimazione”. Questa volta il problema è stato individuato in Steve Carrell che “semplicemente non è bravo a interpretare il prototipo del capo quanto Ricky Gervais nella sua versione britannica”. Nemmeno il resto del casting è stato considerato minimamente riuscito quanto quello originale.

Belinda Acosta dell’Austin Chronicle ha apprezzato nella sua recensione la performance di Rainn Wilson ma, riguardo al successo della serie, scrisse che non avrebbe scommesso un centesimo.

Jane Simon del Daily Mirror si disse sollevata che la versione americana non fosse male, ma anche lei sottolineava l’effetto di straniamento per la “sostituzione” degli amati personaggi inglesi con la controparte statunitense. Scrisse: “C’è un solo David Brent (la versione UK di Michael Scott) e non è lui!”.

Non c’è da stupirsi per questo eccesso di severità nei confronti della serie. Come tutte le analisi critiche anche queste recensioni vanno collocate nel periodo storico in cui sono state redatte. La versione US di The Office era infatti recepita da tutti come una forma “apocrifa” della brillante comedy UK, come un tentativo di appropriazione culturale da parte dei produttori americani. Con il tempo l’opinione della critica è cambiata, fino ad arrivare al (più o meno) unanime plauso.

Ma anche nel 2005 ci furono penne che apprezzarono le gesta di Michael, Jim, Pam e Dwight come Tim Goodman del San Francisco Chronicle che giudicò gli episodi come: “non solo divertenti, ma un ottimo omaggio all’originale (…) unico e audacemente intelligente in autonomia”. La performance di Carrell fu elogiata e gli venne dato il merito di avere creato un personaggio odioso in una maniera diversa da quello di Gervais. Restano all’autore della recensione però alcuni dubbi sulla capacità della sitcom di connettersi con il pubblico.

The Office è stato inserito da James Poniewozik al secondo posto nella classifica del Time tra i migliori show TV dell’anno con la spiegazione: “Greg Daniels non ha creato una copia ma un’interpretazione che affronta convenzioni del luogo di lavoro tipicamente americane con un tono che è più satirico ma con meno mordente”.

E voi cosa ne pensate? Fatecelo sapere nei commenti!