Nell’industria dell’intrattenimento, con il termine whitewashing si indica una pratica atta ad assegnare ad attori caucasici ruoli di personaggi che storicamente appartengono a un’altra etnia. Nonostante questo sia un termine attuale e decisamente moderno, non significa però che il whitewashing sia iniziato con l’era della televisione e del cinema.

A ben guardare, la prima a poter essere tacciata a ragione di aver fatto whitewashing è l’arte figurativa. Dall’iconografia alla pittura il numero di opere d’arte che hanno rappresentato alcuni personaggi storici in maniera non accurata è davvero alto e persino Gesù di Nazareth, originario di una regione con la quale oggi si designa la parte meridionale dell’altopiano della Palestina, secondo gli storici, non aveva nulla a che fare con l’attore di zeffirelliana memoria, dai capelli biondi e gli occhi cerulei.

Se potessimo mettere sullo stesso piano la decisione di un moderno network di non rappresentare correttamente l’etnia di un personaggio al fine di renderlo più appetibile al grande pubblico, con quella di un pittore di cambiare il colore della pelle di uno mitologico o storico, potremmo probabilmente dire che i preconcetti su cui si basano certe scelte hanno una radice comune: il fatto che in passato il nero non fosse considerato esteticamente bello o, in chiave più attuale, remunerativo.

La questione del whitewashing nel cinema o nelle serie televisive potrebbe sembrare una sciocchezza, se non contribuisse al problema della mancata rappresentazione di intere culture. Quando una Emma Stone viene scelta, nel cast di Aloha (2015), per rappresentare una nativa hawaiana, Ben Affleck interpreta un messicano in Argo (2012), Tilda Swinton una guida mistica proveniente dall’Himalaya in Doctor Strange (2016), Scarlett Johansson una giapponese in Ghost in the Shell (2017), John Wayne è l’imperatore mongolo Gengis Khan ne Il conquistatore (1956), Yul Brynner il re del Siam in Il re ed io (1951), Rooney Mara la nativa americana Tiger Lily in Pan (2015), e Matt Damon viene inserito in maniera apparentemente forzata generando non poche polemiche in The Great Wall (2016), un problema c’è e ha a che fare con l’importanza che la loro provenienza riveste per questi personaggi, che sono stati plasmati in ciò che sono anche dalle loro origini, da cui traggono in un certo senso motivazione.

È innegabile che – nonostante i cambiamenti – Hollywood resti prevalentemente bianca e non fornisca agli attori di tutte le etnie le medesime opportunità, impedendo anche loro di essere scritturati in ruoli di un certo rilievo. Ecco perché diventa doppiamente problematico levare loro la possibilità di confrontarsi con parti per cui sarebbero letteralmente nati e che potrebbero potenzialmente influire positivamente sulla loro carriera. Ed ecco dove entra in gioco il cosiddetto blackwashing, la pratica secondo cui attori di altre etnie vengono invece scelti per ruoli di personaggi caucasici.

Se avessimo dovuto affrontare il problema qualche tempo fa, la risposta giusta alla questione sarebbe stata che il blackwashing non esiste, che è una povera scusa per dei latenti razzisti e che non è un vero problema nel business dell’intrattenimento. Le cose, tuttavia, a causa dell’estremizzazione di ciò che è considerato politicamente corretto fare, non stanno più esattamente così.

Partendo dal presupposto che, ai fini della storia del personaggio, non è un “tradimento” alle loro origini che un Nick Fury (Samuel L. Jackson) nell’Universo Cinematografico Marvel o una Iris West (Candice Patton) nella serie The Flash diventino di colore (nel caso di Fury l’ispirazione è chiaramente quella di Ultimates), in una recente intervista con Variety, Nkechi Okoro Carroll – showrunner di All Americans – e Greg Berlanti, creatore dell’universo televisivo ispirato agli eroi della DC Comics, hanno spiegato che il nodo gordiano è che nell’industria non ci sono abbastanza dirigenti di colore in posizioni di potere che possano concretamente cambiare le cose. Motivo per cui, chi può, deve fare quanto in suo potere per fare la differenza.

Secondo Berlanti, nell’Universo DC, ci si è concentrati sul creare degli eroi che rispecchiassero l’attualità e non sembrassero provenire dalle pagine di un fumetto degli anni Quaranta o Cinquanta. Nonostante quegli artisti avessero le migliori intenzioni quando hanno creato alcuni personaggi, gli autori televisivi di oggi hanno la responsabilità di traslare quegli eroi in una nuova generazione, assicurandosi di rispettarne la natura, pur facendo di loro uomini o donne di un diverso genere, colore o sesso.

Il principio su cui si basano quindi alcune decisioni, rappresentazione ed opportunità, sono sacrosanti, ma quando entra gioco l’obbligo della correttezza a qualsiasi costo, anche a discapito della giusta rappresentazione storica, allora nascono i problemi.

Per fare due esempi pratici, la serie live action La caduta di Troia e quella animata The Story of Britain, entrambe prodotte dalla BBC, sono finite nel mirino dei critici e degli storici. La prima per aver scelto di assegnare il ruolo di Achille a David Gyasi, un attore inglese di origine ghanese (nell’immagine da sinistra con Hakeem Kae-Kazim, che interpreta Zeus), la seconda per un eccessivo uso di personaggi di colore tra le fila dei soldati romani. L’obiezione è nata dal fatto che la forzatura imposta dal politicamente corretto abbia finito in questi casi per creare una storpiatura di una rappresentazione storica. Sebbene infatti l’esercito romano fosse indubbiamente multietnico, considerata l’estensione dell’Impero, è storicamente inaccurato che in una serie animata che si prefigge di insegnare la storia, si mostrino legioni quasi interamente composte di uomini dalla pelle scurissima. Inutile dire che un Achille di colore non è di conseguenza meno inaccurato e mal rappresentato di un’Andromeda o una Regina di Saba dalla pelle bianca. La soluzione per correggere un problema, in conclusione, non dovrebbe mai contribuire a crearne un altro.