Dopo la vittoria degli Emmy 2020 come miglior miniserie, la consacrazione di Watchmen, la serie televisiva ideata da Damon Lindelof è stata pressoché totale. Molto amata dal pubblico e dalla critica si è da subito imposta come vero adattamento (nonostante sia una sorta di sequel) del capolavoro a fumetti di Alan Moore e Dave Gibbons.

Fin qui tutto bene. Ma c’è una sottile linea che separa le due opere, non a livello qualitativo, ma di percezione dell’audience. E che definisce le similitudini e le differenze tra l’una e l’altra. Si tratta del tempo. A volte sospeso, a volte omaggiato, a volte considerato intoccabile come una statua d’oro.

Watchmen

Il tempo del racconto

Il tempo del racconto, ne abbiamo già parlato qui, è stato utilizzato dal showrunner proprio come Moore aveva fatto sua la cadenza regolare delle uscite del comics. In un tempo di BingeWatching e di scorpacciate audiovisive, ritrovare l’attesa di un episodio dopo l’altro e la dimensione contenuta di una storia all’interno di una miniserie, è una scelta quasi vintage, ma efficacissima.

La direzione narrativa nel mondo di Watchmen è duplice: nei 12 capitoli del fumetto, pubblicati tra il 1986 e il 1987, c’è una corsa contro il tempo simboleggiata dall’orologio dell’apocalisse. E questa è la prima, e più appariscente, scelta di trama. Un high concept (riusciranno gli eroi a scongiurare la fine del mondo?) semplice e già visto. La seconda direzione presa da Moore, è quella del world building. La costruzione di un mondo alternativo. Cosa sarebbe successo nella nostra realtà se avessimo scoperto l’esistenza di Dio creandolo noi stessi? La storia cambia il suo corso, eventi come il Vietnam o la presidenza Nixon sono riletti in chiave distorta e distopica. È capendo questa nuova America che anche il lettore può scoprire il finale. È osservando la psicologia delle masse rappresentate, che si potrà capire (giustificare?) il successo di Adrian Veidt.

La serie di Lindelof fa la stessa cosa sulla superficie. Prende un avvenimento del passato (il massacro di Tulsa) è lo pone al centro del gioco di vite dei personaggi. Esattamente come fu Saigon negli anni ’80. Se però, negli anni in cui scriveva Moore, il ricordo della guerra e la tensione tra i due blocchi era ancora bruciante, per il Watchmen del 2019 è stato necessario rileggere il presente in una chiave diversa.

Il nemico diventa interno. Il suprematismo bianco è una minaccia subdola quanto il regime sovietico nell’opera originale. In questo lavoro di lettura del presente (ha anticipato temi che sarebbero diventati attualissimi poche settimane dopo la fine della serie), c’è gran parte della comprensione del simbolo di Watchmen.

Ma se questa storia di supereroi così sbagliati, così improvvisati, cattivi, egoisti, aveva sconvolto il mondo del fumetto; difficilmente lo stesso farà la serie tv per il cinecomics audiovisivo. Il mondo creato da Alan Moore era, ed è, un rovescio della medaglia dello stato di immobilismo del fumetto statunitense. Il Dottor Manhattan come Captain Atom, Rorschach come The Question, il Gufo Notturno come Blue Beetle e così via…

Ma fu il carattere, la coscienza, il rimorso a loro attribuito, a dare una svolta umana e dissacrante. Chi controlla i controllori? Una domanda oramai abusata in numerose avventure di super-esseri sul grande schermo, ma che, prima di Watchmen, nessun lettore si era mai posto.

Watchmen

Il tempo di oggi

Lo show HBO è così riuscito perché arrivato nel tempo giusto, al momento giusto, con il pubblico giusto. A differenza del film di Snyder, il genere del cinecomics ha già da qualche anno raggiunto una prima fase della sua maturità. Non solo al cinema ma anche in televisione. Dall’iperviolenza di The Punisher, alla distruttiva energia di The Boys, la sacralità intoccabile del superuomo è stata messa in ginocchio più volte.

E qui sta il colpo da maestro di Damon Lindelof: guardare al suprematismo bianco (e quindi a una sorta di movimento di conservazione dell’idea malata di superuomo) come alla tentazione del male. Il suo mondo non ha i colori di un fumetto. E quando cerca di avere la stessa esagerazione “sopra le righe” e kitsch, stona. La sua natura è un canto dolente e realistico, che parte da un mondo che non è cambiato, che non è stato salvato da se stesso. La tensione per l’apocalisse è diventata ora grigia inerzia. Si guarda al passato, e il passato (nei panni dei personaggi storici di quell’universo) cammina nelle strade con i nuovi protagonisti.

Ci sono molte referenze visive, simboli che ritornano (come lo smile, le uova, gli orologi). È una grammatica delle immagini che nasce dalle tavole di Dave Gibbons, sebbene la forma lunga della serie tv impedisca di avere quella sintesi visiva. È un continuo rimando, un segnale del frame narrativo in cui ci troviamo. Ma l’America del 2020 è diversa, è più cauta, è meno carnale e più rassegnata di quella degli anni ’80.

Watchmen - Minutemen

Il tempo della vita

Il Watchmen di oggi non è, fortunatamente, il Watchmen di ieri. Non ne condivide la forza politica, la rabbia e, soprattutto, la voglia di sconvolgere le fondamenta di un’industria incapace di trovare nuove vie. Sceglie di inserirsi in continuità, invece, nel discorso ampio e filosofico sull’uomo. La domanda della vita, il mistero del cosmo, l’insignificanza dell’esistenza sono declinati nel pensiero di oggi.

Tra flashback, piani sequenza, cambi di identità e ricordi, Watchmen fa della nostalgia (!) la sua arma. Non la asseconda, la usa come profumo di un’altra epoca. Riflette sul tempo, presente e narrativo, osserva il “nulla finisce” e la piccolezza degli eventi umani rispetto all’indifferenza del cosmo. È una variazione musicale che mantiene il tema principale del ritornello. È un’opera a sé, che guarda però al suo modello su carta. Fedele alleato e terribile nemico alla sua riuscita.

La serie tv premiata è forse il miglior seguito possibile, è esattamente quello che sarebbe stato se il Comico fosse stato ucciso al giorno d’oggi. Ma non sarà per la televisione quello che il fumetto è stato per i supereroi. Non per demeriti. Non per mancanza di idee. Ma per la consapevolezza di non potere più distruggere nulla, di avere già dissacrato tutto ciò che si poteva dissacrare. Di avere già rotto quarte pareti, codici estetici, morali, di significato.

La serie è il miglior esempio di come si può fare i conti con un mondo che ha già avuto Watchmen. Quello di Moore.