Come si costruisce una serie sugli scacchi che sia avvincente e che racconti la tensione del gioco in modo verosimile? Una risposta può essere quella di coinvolgere il campione degli scacchi Garri Kasparov, che ha aiutato a realizzare come consulente la serie Netflix La regina degli scacchi. Nel corso di una lunga intervista, il campione ha parlato del suo contributo alla serie, dei consigli e perfezionamenti che hanno reso molto apprezzato lo show. Abbiamo selezionato le parti salienti delle sue dichiarazioni.

Kasparov è entrato in contatto con la serie sia tramite Bruce Pandolfini, che era già consulente per lo show, e tramite gli showrunner di Game of Thrones, David Benioff e Dan Weiss. Questi lo hanno contattato – sono suoi amici – e gli hanno detto che Scott Frank stava realizzando una serie sugli scacchi e avrebbe voluto parlare con lui. Kasparov conosceva già il suo lavoro, dato che aveva visto e apprezzato Godless. Addirittura l’idea di Frank era quella di fargli interpretare Vasily Borgov nella serie tv, ma Kasparov ha rifiutato per impegni.

A quel punto è iniziato però il lavoro di consulenza sulle sceneggiature. Per lui erano importanti tre componenti, le regole del gioco, il realismo delle scene di gioco e il fatto che i giocatori sovietici dovevano essere accompagnati da membri del KGB.

Devi garantire che i giochi che vengono giocati devono sembrare reali. Altrimenti ci saranno un sacco di giocatori di scacchi che guarderanno e diranno: “Non ha senso”. Molti film sugli scacchi, o film in cui gli scacchi sono stati messi in mostra, non sono riusciti a mettere i pezzi correttamente o la scacchiera è stata ruotata di 90 gradi. Un film che parla di giocatori di scacchi, gare di scacchi, dovrebbe presentare un vero e proprio gioco di scacchi. E le persone, se riescono a capirlo, dovrebbero riconoscere che si tratta di vere partite.

La sfida è stata la partita finale. Questa non solo doveva essere ricostruita per intero, non solo doveva sembrare uno scontro tra campioni, ma doveva anche aprirsi con il “gambetto della regina”, che dà il titolo originale alla serie.

Ho conservato la maggior parte della descrizione del gioco dal libro e penso che sia stato d’aiuto, perché è un climax e il climax è qualcosa che le persone ricordano sempre.

Kasparov ha difeso l’ambientazione storica della serie, crede che oggi una serie così non avrebbe funzionato:

Gli scacchi sono cambiati. Questa è la bellezza della storia, che appartiene all’America degli anni ’60. È come i film di James Bond: puoi spostare James Bond, ma vedi gli ultimi film, hanno pochissime somiglianze con quelli originali.

Su un possibile sequel:

Non ne ho parlato con Scott, ma è una grande sfida perché, A) non hai un libro e B) dove va, da Mosca, dal 1968? Qual è il prossimo passo? Ma potrebbero esserci delle pressioni per fare un sequel, e se decidessero di andare in questa direzione, sono sicuro che potrei essere di qualche aiuto.

LA REGINA DEGLI SCACCHI – LA TRAMA

La serie racconterà le conseguenze dell’essere un genio. La giovane Beth Harmon è stata abbandonata e accolta da un orfanotrofio nel Kentucky alla fine degli anni Cinquanta. La giovane scopre poi un incredibile talento per gli scacchi mentre inizia ad essere dipendente dai tranquillanti offerti dallo stato per sedare i bambini. Tormentata dai suoi demoni personali e alimentata da un cocktail di narcotici e ossessione, Beth si traforma in un’emarginata incredibilmente dotata e glamour determinata a conquistare un mondo abitualmente dominato dagli uomini come quello degli scacchi.

Nel cast della serie, oltre alla protagonista Anya Taylor-Joy, figurano anche Marielle Heller, che interpreta una casalinga che diventa amica della protagonista, Thomas Brodie-Sangster, un rivale di Beth, Moses Insgram che sarà Harry Melling, descritto come un amico della giovane e orfano come lei, mentre Bill Camp è una figura paterna nella vita di BethA co-creare la serie Allan Scott, coinvolto con Fran e William Horberg nel team della produzione.

Tutte le notizie sulla serie sono nella nostra scheda.

Fonte: Slate