Fra i vari volti noti che abbiamo visto in SanPa, la prima docu-serie originale italiana Netflix dedicata alle luci e alle ombre della comunità di recupero di San Patrignano fondata da Vincenzo Muccioli nel 1978, ci sono anche quelli di Paolo Villaggio e di suo figlio, Piero Villaggio. Il figlio del leggendario artista genovese scomparso nel luglio del 2017, aveva 22 anni al momento del suo arrivo a San Patrignano. Era già da sette anni che Piero Villaggio era dipendente dall’eroina.

In un’intervista rilasciata a Repubblica, Piero Villaggio ha potuto dire la sua sulla produzione targata Netflix. Ed è proprio sul rapporto con il colosso dello streaming che parla Piero Villaggio nella prima risposta data a Massimo Calandri:

Ho visto le prime 3 puntate su Netflix: per ora, mi è sembrato abbastanza veritiero. Ma di quel posto hanno scelto di raccontare soprattutto la cupezza. Forse perché il pubblico è morboso: preferisce la violenza, alle storie belle […] È difficile spiegare San Patrignano, se non l’hai vissuto. La ragione non sta solo da una parte: può essere bianca, nera o grigia, dipende dalla prospettiva. Glielo avevo detto, a quelli di Netflix. Mi avevano contattato, perché raccontassi tutto: va bene, ma prima spiegatemi esattamente cosa ne volete fare. Non li ho più sentiti.

Sul dibattuto tema delle violenze e delle persone imprigionate e incatenate aggiunge:

Volete sapere se ci sono state violenze, ingiustizie, bugie, dolore? San Patrignano era un mondo a parte: con gente piena di problemi, grossi problemi […] Se le avessi viste (le persone incatenate, ndr), non ve lo direi. Ma posso dirvi che molti di quelli che sono scappati, poi sono morti. Vincenzo voleva solo evitare che si uccidessero.

Sulla controversa figura di Vincenzo Mucciolo, Piero Villagio spiega:

Un bestione di un metro e 90 per un quintale, un leone: faceva paura. Tirava certi schiaffoni. Ma aveva anche un carisma, una sensibilità, un’empatia incredibili: gli passavi accanto e lui aveva già capito cosa ti girava nella testa […] Ha commesso tanti errori, spesso ha esagerato: ma aveva ragione, credetemi.

Qualche giorno fa, la comunità ha diramato un comunicato nel quale si è dissociata totalmente dal prodotto (ECCO I DETTAGLI).

Attraverso 25 testimonianze e immagini di repertorio (180 ore di interviste con immagini tratte da 51 differenti archivi), la docu-serie in 5 episodi racconta la controversa storia della comunità di recupero di San Patrignano fondata da Vincenzo Muccioli nel 1978, a Coriano, in provincia di Rimini.

La regia è di Cosima Spender (Palio, Premio Miglior Montaggio al Tribeca Film Festival 2015). Una Produzione 42. Sviluppato, scritto e prodotto da Gianluca Neri. Prodotto da Nicola Allieta,Andrea Romeo, Christine Reinhold. Oltre a Gianluca Neri gli autori sono Carlo Gabardini ePaolo Bernardelli. La supervisione al montaggio è di Valerio Bonelli (Philomena, Palio, Darkest Hour – Best Film -Academy Awards Nominee 2018).

Questa la sinossi:

SanPa: Luci e Tenebre di San Patrignano racconta l’origine della comunità di recupero per tossicodipendenti fondata, nel 1978, da Vincenzo Muccioli, uomo carismatico che creò quello che era destinato a diventare il più grande centro di riabilitazione per tossicodipendenti in Europa. Le testimonianze, che si alternano nella docu-serie a materiale d’archivio, ripercorrono le vicende che hanno caratterizzato la storia della comunità e del suo fondatore. Uomo amato per i valori che rappresentava, come la lotta contro l’emarginazione, la speranza di un recupero, di un reintegro nella società e di una vita migliore per migliaia di ragazzi e ragazze che negli anni hanno affollato la comunità di San Patrignano, ma anche contestato per i metodi utilizzati per tenere i tossicodipendenti lontani dalle droghe, come ad esempio l’uso delle catene.