Fringe ha decisamente fatto del cambiamento il suo punto di forza. Partito come serial investigativo a sfondo paranormale, è riuscito con il tempo a reinventarsi, evolversi in una nuova forma. Le sue puntate, apparentemente slegate, hanno raccolto al loro interno sempre più numerosi elementi di continuità. Questa metamorfosi è stata coadiuvata sapientemente  dagli autori, che hanno sempre dimostrato di saper riconoscere i desideri delle community di appassionati.

Se a ciò uniamo personaggi e interpretazioni indimenticabili, non v’è mistero di come questo telefilm sia diventato un’appassionante epopea fantascientifica. Esiste un momento ben preciso in cui i fan collocano la curva ascendente di Fringe. Durante la metà della seconda stagione il ritmo della storia si è fatto via via sempre più incalzante, portando il programma ben lontano dai classici schemi del Monster of The Week a cui molte serie di genere ci avevano abituato in passato, X-Files in primis.

E’ raro osservare in Fringe puntate slegate dalla trama centrale. Quasi tutti gli episodi possiedono elementi di continuity, magari nascosti alla fine della vicenda. Questo “stratagemma”, questa natura ibrida di Fringe tra serial e continuità stretta, tra X-Files e Lost, ha contribuito al successo del telefilm. E’ una modalità che premia sia lo spettatore occasionale, sia l’assiduo, e permette di confezionare episodi molto diversi tra loro per tematiche e situazioni.

Siamo arrivati così all’intenso finale della terza stagione, che ha un’altra volta rimescolato le carte in tavola. Oltre agli spostamenti tra universi, abbiamo assistito ad uno spostamento temporale. Questa quarta stagione inizia così con numerose aspettative. Saranno state rispettate? Cosa ci riservano queste prime tre puntate? Ansiosi, ci avviciniamo al primo episodio

 

…che è un filler, un riempitivo. Sono ben conscio dell’anticlimax che questa rivelazione presenta, specialmente dopo un’ introduzione in gran parte elogiativa. Ma la realtà dei fatti è che il primo episodio di questa quarta stagione ha una natura sorprendentemente riempitiva. In modo incomprensibile rispetto alla storia pregressa, gli autori hanno deciso di cristallizzare la trama e di bloccare temporaneamente la linea narrativa principale. Il setting, inoltre, è cambiato. La sempre mutevole sigla della serie si mostra in una nuova iterazione mai vista prima, con una dominante arancione e nuove misteriose frasi. Il messaggio è chiaro. Il punto di vista dello spettatore non è più diviso tra due universi distinti e sigillati ermeticamente. Nello stato di cose attuale esiste un ponte che collega le due dimensioni, e permette interscambi continui (Neither There Nor There insomma, da cui il titolo). Questa condizione in teoria dovrebbe essere sfruttata per promuovere tregua e trattative diplomatiche tra due civiltà molto distanti. Nella pratica invece crea un pericoloso stallo, che in termini di storia si traduce in stasi.

Stasi, pausa, interruzione, sono queste le parole che vengono in mente durante la visione dell’episodio. Impeccabile sotto qualsiasi punto di vista tecnico, si dimostra arido e lento nella parte che più ha contraddistinto questa serie, l’intreccio. I personaggi appaiono congelati, addirittura regrediti. Con una sorta di retcon da fumetto difficilmente accettabile,  persino in un contesto fantascientifico, Peter Bishop scompare dall’esistenza e dai ricordi dei suoi conoscenti. Questa mancanza perturba e increspa la storia pregressa e il background dei protagonisti, cambiando tutto ciò che sappiamo in modo incontrollato. Mentre lo spettatore cerca  di comprendere l’utilità narrativa di una simile scelta, il telefilm si sviluppa, raccontando la blanda storia dell’ennesimo freak seriale che nuoce gravemente alla salute di chiunque incontri. Nulla che non sappia di già visto: notevoli sono i rimandi alle vittime della tossina della prima stagione (stesso effetto di pelle traslucida) e ai mutaforma della seconda. Le dinamiche tra gli attori sono blande, si sente la mancanza di qualcosa. Una più attiva Astrid e un ritrovato Lincoln sostituiscono a fatica Peter. I picchi di attenzione si hanno durante la presenza degli osservatori, che rimangono uno dei più affascinanti enigmi da risolvere.

L’episodio in generale lascia straniati, perplessi dalle scelte degli autori e desiderosi di rivedere il ritorno di facce e trame a noi note. Ansiosi ci si approccia al secondo episodio, One Night in October

 

…Che è un altro filler. Nessuno ha il desiderio di fare il profeta di sventura, ma è chiaro che qui c’è qualcosa che non va. Si ha la sensazione che gli autori stiano prendendo tempo, mettendo la trama del telefilm nel freezer in vista di tempi migliori. Ma questa strategia funziona con gli alimenti, non con i serial televisivi. L’attesa, il tempo morto, non aiuta lo sviluppo della storia ma l’ammazza. Ci troviamo di nuovo alle prese con l’ennesimo assassino freak che, neanche a farlo apposta, ha l’insana abitudine di congelare il cervello delle sue vittime. Per risolvere il mistero ci sarà bisogno di un’operazione congiunta tra i due universi, e della versione alternativa del serial killer, inviata direttamente dalla dimensione parallela.

Gli attori fanno del loro meglio. Anna Torv, che interpreta le Olivia Dunham dei due universi, come sempre si dimostra più che capace di sostenere due ruoli contemporaneamente. Purtroppo l’incisività dei personaggi risulta minima, ma questo è da attribuire a problemi in fase di scrittura. In generale tutte le dinamiche appaiono un po’ ingessate e stanche. Walter Bishop non è neanche ben riconoscibile, preso com’è dalle visioni del figlio dimenticato e cancellato dalla storia. Terrorizzato e piagnucoloso, sembra quasi mimare lo spettatore. E’ ormai chiaro che Peter Bishop rappresenta il cardine della storia, l’elemento in grado di sbloccare tutte le trame.  Speranzosi ci avviciniamo al terzo Episodio, Alone in The World

 

 

Che è l’ennesimo filler. E’ davvero snervante assistere alla progressiva stagnazione di una serie che non può proprio permettersi di perder tempo (per quanto ne sappiamo, questa potrebbe essere l’ultima stagione). Non ci sono assassini paranormali questa volta, ma una storia di solitudine che coinvolge un bambino e un fungo gigante, ed evidenti parallelismi con E.T. L’extraterrestre. Sembra quasi una battuta, ma purtroppo è davvero questa la linea narrativa principale dell’episodio. Fringe ci ha da sempre abituato a trame “bislacche” e lo spettatore che si approccia a esso sa bene di dover sospendere gran parte del proprio senso d’incredulità, ma con questo episodio si raggiungono insperate vette di demenzialità non intenzionale. Senza spoilerare nulla, basti sapere che nella puntata si discutono le possibili implicazioni dei rapporti sociali tra essere umano e spore micetiche.

I personaggi sono al minimo storico, con un Walter che si sta quasi totalmente perdendo in uno stato coercitivo di sofferenza autoinflitta e manie  psicotiche. Il tutto senza quella leggerezza, quel non prendersi sul serio, che lo aveva reso così memorabile. La dimensione alternativa non pervenuta: questo potrebbe essere tranquillamente un episodio della prima stagione. Peter è ormai uno spettro all’interno della trasmissione, ed appare ormai solo in modalità “visione ectoplasmica” e in versione “echi spettrali”, ricordando allo spettatore le motivazioni per cui Fringe sembra andare totalmente alla deriva. Come sempre la fotografia, la regia e gli effetti speciali sono sorprendentemente di buon livello. I valori di produzione sono alti, ma questo ormai lo diamo per assodato. Il problema di questo inizio di quarta stagione, come si è ampiamente detto, risiede in altro…