“Sai come faccio a sapere che è la fine del mondo Lenny? Perché tutto è già stato fatto, capisci? Che ci resta da fare? Come faremo a sopravvivere, per altri mille anni?”

Un parte del mondo della letteratura, del cinema e, infine, delle serie tv, sembra aver concentrato le sue energie nel corso degli ultimi dieci anni per fornire indirettamente una risposta all’interrogativo formulato da Tom Sizemore nel celebre monologo di Strange Days. E la risposta è stata tanto semplice quanto banale: rielaborare tutto, rileggere qualunque formula, per collaudata che sia, alla luce dei nuovi schemi imposti al pubblico che ne andrà a fruire. Contaminazioni, parodie, rivisitazioni: il mondo delle fiabe ne è stato l’alfiere principale, muovendo i suoi primi passi nel cinema (la saga di Shrek ha fatto scuola) fino a quello della serie tv (il successo di Once Upon A Time dimostra che la formula non ha ancora esaurito il suo potenziale).

Altro passo, quasi obbligato, l’immaginario horror riletto alla luce del nuovo linguaggio del grande e piccolo schermo: nel 2004 quel geniaccio di Edgar Wright (Hot Fuzz, Scott Pilgrim Vs. The World) aveva affrontato di petto il tema andando direttamente alla fonte, smontando e ricomponendo secondo i suoi criteri da british comedy l’immaginario dei morti viventi dell’universo “romeriano” e dando vita a Shaun Of The Dead, maldestramente tradotto da noi come L’alba dei morti dementi. Saltando al 2008 troviamo infine un piccolo gioiellino tra le miniserie, quel Dead Set trasmessa dalla E4, divisione a pagamento della britannica Channel 4, nota soprattutto per aver dato i natali a Skins e Misfits in cui un’orda di zombie si risvegliava giusto in tempo per massacrare concorrenti e staff dell’ultima edizione del Grande Fratello: un sogno divenuto realtà per alcuni, corruzione estrema del brutale e spettacolare meccanismo di eliminazione (in questo caso fisica) per altri con relativa trasformazione in esseri senza volontà, satira talmente chiara e diretta da non dover essere spiegata.

Dalla fusione tra la demenzialità geniale di Shaun of the Dead e la satira caustica e crudele di Dead Set arriva nel 2011 Death Valley, appuntamento andato in onda per dodici settimane su MTV, precisamente dallo scorso agosto a novembre.

Il soggetto: il montaggio frenetico della opening (accompagnata dalle note di They’re Coming For Us dei The Measels) ci introduce alla trama della serie, con varie voci di giornalisti tv che raccontano di una misteriosa epidemia in seguito alla quale zombie, vampiri e licantropi hanno invaso la San Fernando Valley, in California. Allo scopo di combattere queste figure che di giorno e di notte minacciano la sicurezza nelle strade, è stata creata un’unità speciale denominata UTF (Undead Task Force), formata da agenti di polizia del dipartimento di Los Angeles incaricati di fronteggiare le creature. A seguire costantemente, sia nel lavoro d’ufficio, sia nei pattugliamenti, le forze dell’ordine, vi sono alcuni tecnici tv con il compito di documentare ciò che accade (“Queste sono le storie dei poliziotti che catturano i mostri, e della troupe televisiva che cattura i poliziotti”).

Lo stile: le puntate, della durata di venti minuti ciascuna, alternano costantemente quindi un montaggio e una regia classica con le riprese effettuate, nella finzione narrativa ovviamente, dalle videocamere che seguono le azioni di polizia, in pieno stile mockumentary dunque. Prendendo il meglio dei due registri e combinandoli insieme, Death Valley non si sottomette alla schiavitù della “ricerca del realismo ad ogni costo” che il più delle volte si è dimostrata una zavorra in progetti simili, e fa delle riprese in tempo reale un semplice strumento narrativo come tanti, pronto ad essere superato con la costante infrazione della quarta parete da parte dei protagonisti. Ci si rivolge agli spettatori e ai tecnici, spesso gli stessi operatori diventano parte dell’azione (generalmente come vittime) durante le azioni di polizia e il realismo delle situazioni è solo un’utopia, una semplice variazione orrorifica sul tema dei soliti programmi (da noi completamente assenti a dire il vero) nei quali le telecamere documentano i movimenti delle forze dell’ordine.

Il tono: ma più che nello stile, è nell’approccio alla base che il piccolo Death Valley riesce a colpire e a divertire. Ogni elemento presentato finora viene riletto con toni palesemente ironici, demenziali, in alcuni momenti puramente trash, che innalzano ancora di più l’elemento folle e, spesso, completamente random, delle storie. Il genere che definisce tutto ciò è dark comedy: fracassone, surreale e ironico tanto nelle trame più o meno sviluppate, quanto nell’ambientazione e nei dialoghi, Death Valley ha il grande vantaggio, e merito, di procedere per tutta la stagione costantemente con il piede sull’acceleratore, senza tentare di imbastire una continuity, se non nelle ultimissime puntate, che avrebbe potuto rovinare la parte comedy, ma giocando semplicemente sull’universo immaginato, esplorando una miriade di strade possibili. Ecco dunque che i vampiri, o meglio le vampire, si improvvisano prostitute ricevendo donazioni di sangue dai clienti invece del denaro, oppure i licantropi schedati costretti ai domiciliari durante le notti di luna piena, e infine gli zombie oggetto di lezioni ai bambini dell’asilo su come affrontarli. Il contorno di tutto ciò è follia pura, e sarebbe anche difficile descriverlo: dalle caricatissime figure dei poliziotti della UTF (volto noto nel cast Tania Raymonde, la Alex Rousseau di Lost) ai dialoghi talmente sopra le righe ed estraniati dal contesto da fare invidia alle fantasie di J.D. di Scrubs, ogni puntata è una fonte di genialate assurde senza sosta.

Andando avanti il programma ha visto però purtroppo anche il costante declino degli ascolti che probabilmente lo condanneranno a rimanere un singolo esperimento isolato di dodici puntate. Quello che rimane è questa divertentissima e, va ricordato, demenziale e spesso di grana grossa (chi cerca qualcosa di più sottile stia alla larga) variazione sul tema delle creature dell’orrore.