Dopo le stelle filanti della season premiere – stelle filanti poi si fa per dire visto che a volare non erano dei variopinti filamenti di carta, quanto dei semidecomposti pezzi di budella e cervella – il secondo episodio della terza stagione di The Walking Dead cambia, parzialmente, registro.

Non temete, le chiacchiere interminabili condite da personaggi che definire patetici è dir poco, restano un ricordo, ancora non del tutto sbiadito, di quanto visto gli anni scorsi.

Sick, in italiano Il Risveglio, vede Nichole Beattie subentrare in fase di sceneggiatura allo show runner Glen Mazzara e le fila della trama intessuta in Casa Dolce Casa vengono riprese in modo decisamente pertinente.

L’esordio si riccolega diretta direttamente al cliffhanger di puntata visto la scorsa settimana, in cui i nostri hanno dovuto amputare la gamba del povero Hershel facendo, al contempo, “conoscenza” con dei carcerati superstiti.

Il prosieguo dell’episodio alterna momenti maggiormente espositivi ad altri più votati all’orrore e all’azione; ma il focus resta il confronto fra il gruppo capeggiato da Rick Grimes e lo sparuto, ma pericoloso, gruppetto di galeotti. Amici o nemici? Predatori o prede? Se avete letto il fumetto, coglierete le diverse sfumature date allo sviluppo di questa – breve – relazione forzata, ma se gli esiti della stessa, sulle tavole, avevano un andamento più organico e omogeneo con quanto visto nei vari numeri del comic, a stupire ancora una volta nella serie televisiva è l’improvvisa risolutezza acquisita dallo sceriffo, sempre più leader e con dei testicoli sempre più debordanti dai pantaloni, tanto è divenuto determinato nelle azioni da intraprendere di volta in volta. Come direbbe Yoda “Fare, non fare. Non c’è provare”. Rick Grimes adesso pare aver imboccato la strada a senso unico del “fare”.

Parlando di accadimenti misteriosi, anche il piccolo Carl si conferma più spavaldo, ma in modo decisamente più utile al gruppo rispetto a prima. Lori continua a fare dei ragionamenti che mettono seriamente in dubbio il corretto funzionamento dei suoi collegamenti sinaptici, ma, almeno, giunge a delle conclusioni condivisibili nelle sue elucubrazione. Il che è una manna dal cielo.

Ma, dicevamo più su, all’azione fa da contraltare l’esposizione delle relazioni fra i protagonisti della serie, messi a dura prova dalla possibilie dipartita del vecchio Hershel, elemento che già in passato si è rivelato cruciale per molti di loro, specie in virtù delle sue nozioni mediche. A vacillare, specie per non vi dirò chi, sarà la possibilità di riuscire a intravedere la proverbiale luce alla fine del tunnel e di continuare a sperare.

I semi piantati dalla premiere di stagione paiono intenzionati a germogliare proiettando realmente The Walking Dead nel novero dei grandi “tv drama” con personaggi che, finalmente, sono scritti a dovere e degli episodi che alternano momenti più intimi ad altri che, lungi dall’essere horror fine a se stesso, pongono i protagonisti di fronte a delle scelte che conducono a una loro palpabile evoluzione.

Dispiace constatare che per arrivare a questo, abbiamo dovuto attendere quasi una quindicina d’episodi e che lo scollamento fra questi primi appuntamenti della terza stagione — e gli ultimi della seconda la prima stagione – con quanto visto nella prima stagione e nel primo blocco della seconda si faccia sempre più marcato.

L’importante ora è non invertire la rotta.

Uno zombi non torna mai indietro, se non per inseguire un’altra preda.