L’episodio si apre con un inizio che, più che il fumetto, pare citare l’incidente aereo avvenuto al team BRAVO nell’incipit del primo capitolo, videoludico s’intende, di Resident Evil.

Chi non ha mai aperto un albo della saga a fumetti di Robert Kirkman non sa che questo è l’antipasto che conduce a una portata davvero ghiotta nella continuity di The Walking Dead, ovvero l’arrivo del Governatore.
Torniamo indietro per un momento.

In mezzo a tutte le interminabili chiacchiere delle prime due stagioni della serie, uno degli aspetti più interessanti era la costruzione del personaggio di Shane. Il suo ruolo, di fatto ben più polposo rispetto alle tavole disegnate, era quello d’effettivo antagonista dell’indeciso e tentennante Rick Grimes, tanto che, se non ci fosse stato lui, l’elettroencefalogramma dello show sarebbe stato più flebile di quello di uno zombi. Almeno i non morti sono spinti dall’impulso di cibarsi di carne umana; The Walking Dead, prima della fatidica sferzata avvenuta con gli ultimi capitoli della season two, si è fatto guardare solo perché in molti auguravano una morte dolorosa e atroce ai vari character sperando di veder il desiderio esaudito.

Adesso la costruzione di una storia realmente appagante e appassionante comincia a prendere piede e, per tenere in piedi il prosieguo della terza stagione, c’è bisogno di un’ulteriore ostacolo da frappore fra le ruote di Rick. Una nuova nemesi.
Questa terza puntata si concentra sulla storia parallela di Andrea e Michonne e del loro incontro con un altro gruppo di sopravvissuti (fra i quali ritroviamo anche una faccia ben nota).
Nel momento in cui le due donne si ritrovano nella comunità di Woodbury tutto pare troppo perfetto, lindo e pinto per non nascondere niente. Una patina che, forse, ricopre del lerciume. Eppure, le regole imposte da un personaggio che, col suo nome, pare voler nascondere del tutto quello che è stato nella sua vita antecedente all’apocalisse zombi, mettono tutti d’accordo, anche Andrea. Cibo, acqua e sicurezza sono impossibili da rifiutare, mentre nel resto del mondo i morti hanno l’abitudine di alzarsi, camminare e cercare carne umana.

Ma che costo ha tutto questo?

L’unica a dubitare, forse a causa di un trascorso che l’ha messa dinnanzi a scelte impossibili da mandar giù e dimenticare, è Michonne, che continua a sospettare di tutti, a scrutarsi intorno con fare guardingo.
Esposizione di fatti dunque, ma in maniera ben differente dal passato, ad eccezione di un “momento spiegone” che, però, passa subito via, quasi indolore. La mancanza di azione, concentrata solo all’inizio e, un po’, verso il termine della puntata si spiega con la necessaria illustrazione di un altro contesto di “reduci al massacro”. Malgrado la superficie in stile cittadina del Truman Show assediata dagli zombi, è retto da dei Doppelgänger di Rick e gli altri. Se la leadership di Rick, malgrado la dovuta deriva autoritaria degli ultimi capitoli, è stata conquistata sul campo con delle scelte, magari sbagliate a volte, sempre indirizzate alla salvezza del collettivo, il personaggio interpretato dall’attore inglese David Morrissey brilla, fin dal principio, di una luce ambigua, ferale, malgrado la facciata da buon capo. L’ordine della sua comunità viene mantenuto in maniera truffaldina, proditoria, inseguendo un fine che mira all’attestazione egoistica della propria posizione di boss indiscusso, piuttosto che di equo primus inter pares.

Cosa accadrà quando questi due mondi collideranno?

Per saperlo dovremo abbandonare le rassicuranti (?) mura che circondano Woodbury. Mura che, in realtà, grondano più sangue delle mandibole di uno zombi che ha appena finito di fare merenda.