Questa quarta stagione di Misfits non riesce a decollare. Il degrado è stato lento ma inesorabile e ora, costretti a tirare le somme dopo un episodio, il quarto, che ha indubbiamente segnato un punto di non ritorno con le stagioni precedenti, completando quel processo di rinnovamento del cast iniziato con Robert Sheehan, è tempo di fare un bilancio e di vedere cosa è rimasto di quei cinque disadattati unpolitically correct che quattro anni fa ci avevano conquistato.

Le note di How it ends dei DeVotchKa inquadrano Curtis nella sua ultima apparizione nello show mentre, ormai condannato a diventare uno zombie, si uccide sparandosi un colpo in testa dopo aver dato l’addio a Rudy. Il personaggio meno interessante e sviluppato del quintetto originale è anche l’ultimo ad andarsene. Con la sua dipartita viene completato, in appena 12 puntate, il totale rilancio del cast di protagonisti (Kelly viene liquidata in maniera non molto elegante collocandola in Uganda), oggi ormai ridotto al solo Rudy (Joe Gilgun) e alle due new entry Jess (Karla Crome) e Finn (Nathan McMullen). L’emittente E4 ci aveva abituato, con Skins, ad altre modalità nella gestione del rinnovamento del cast e, anche per questo, è difficile poter associare a questa quarta stagione – ormai giunta al giro di boa – il termine “reboot”.

Se dunque da un lato è mancata la volontà di voltare completamente pagina con un cast e un’ambientazione nuovi – forse per non rinunciare al “one man show” Gilgun – paradossalmente Misfits continua a rigettare qualunque tentativo di costruire una continuity e a tenere fede alla propria struttura fortemente episodica. Giunti al quarto anno di una serie che conta in media otto puntate a stagione non si poteva pretendere altrimenti, eppure la sensazione è quella di un eccessivo adagiamento su schemi già visti e che, forse, dopo 25 puntate hanno già detto tutto quello che potevano.

L’equazione alla base del successo di Misfits, che già nella terza stagione cominciava a dare segni di cedimento pur reggendo bene, non si basava sulla semplice somma di violenza, volgarità, sesso e occasionali superpoteri (come invece sembra fare in questo nuovo anno), ma sulla perfetta amalgama tra generi diversi tra di loro (comedy, drama, sci-fi) e sul percorso di condivisione e crescita di alcuni delinquenti dei sobborghi nel quale i superpoteri diventavano strumento per decifrare e far emergere le ansie e le paure individuali. Il risultato che abbiamo sotto gli occhi oggi è invece una stagione, almeno finora, stanca, quasi mai sorprendente e, addirittura in alcuni momenti, noiosa.

Ma non tutto è perduto e c’è più di un motivo per credere nella ripresa della serie. Innanzitutto un Joe Gilgun straordinario, che ha preso sulle spalle l’intero peso dello show, arrivando addirittura in una di queste prime puntate a “farsi in tre” costruendo interpretazioni nettamente diverse l’una dall’altra. Trattandosi di personalità così distinte e marcate sarebbe semplice liquidare tutto come un’interpretazione sopra le righe, ma solamente un caratterista fantastico come Gilgun (lo sapevamo fin dai tempi di This is England) riesce con uno sguardo a far capire perfettamente il ruolo assunto in quel momento (senza contare come gran parte della carica emotiva nella scena della morte di Curtis si appoggi sulla “risposta” di Rudy). Inoltre potremmo forse finalmente aver trovato un probation worker degno di questo nome e soprattutto degno di non finire ucciso entro poche puntate: completamente schizzato e molto intransigente, Greg, il personaggio interpretato da Shaun Dooley, potrebbe riservare delle belle sorprese.

Insomma la speranza è che il How it ends del finale di Episode Four si trasformi in un How it begins