Attenzione: la recensione contiene spoiler sull’ultima puntata andata in onda

 

Sangue. Buio. Silenzio. E noi lì, immobili e atterriti, che rimpiangiamo quei momenti in cui trovavamo la forza di raccogliere i frammenti delle nostre sconfitte per andare avanti. Ché, di fronte ad un finale emotivamente devastante come quello di The Rains of Castamere, anche l’ultima scintilla di speranza sembra scomparire per sempre in un twist narrativo che consacra e dà corpo a quel sentimento di sconfitta umana e morale che permea tutta l’architettura su cui poggia lo svolgimento della saga. È una cesura devastante per chi non abbia il supporto dei romanzi, che non perde nulla del suo carico emotivo ma anzi dà forma alle angosce già vissute dai lettori, ma che soprattutto fa esplodere concretamente una serie di tensioni narrative perfettamente coerenti con quanto visto in precedenza.

Così come avvenuto nelle stagioni precedenti dunque, ancora una volta il nono e penultimo episodio dell’anno si conclude con un colpo narrativo che se da un lato sconvolge gli equilibri di forza al tempo stesso si presta, dopo aver assorbito la botta, ad un’ulteriore lettura che riporta ogni elemento ad un suo ordine prestabilito. Come un treno che debba raggiungere una certa destinazione ma che, all’improvviso, si sposti su un altro binario pur continuando a correre verso il suo obiettivo questo, almeno fino ad ora, è il filo rosso che lega i momenti topici della saga. “It’s a tradition”, dice Robb rivolto a Talisa parlando della cerimonia di accompagnamento al letto nuziale. Ma quello di Game of Thrones è un mondo che cambia, muore e si rigenera ogni giorno e reclama continuamente nuovi anelli per la sua catena che vadano a sostituire quelli ormai consumati dal tempo: l’onore di Ned Stark che tenta di salvare i figli di Cersei non rivelando la verità, Davos e quindi Stannis durante la battaglia delle Acque Nere i quali rinunciano alla magia di Melisandre in nome della tradizione bellica, il tentativo di Robb di porre rimedio con la diplomazia all’offesa inflitta a Walder Frey.

Fallimenti, tutti fallimenti del vecchio mondo che cerca disperatamente di lottare con un nuovo ordine che avanza. Game of Thrones, a un livello superficiale di semplice storia e a quello metanarrativo di serie televisiva, continua a cantare la propria “canzone” mescolandola alle note minacciose di Rains of Castamere con la consapevolezza di non tradire la propria essenza ma di portarla ad un nuovo livello, non più nascosto ma sempre più esplicito. È una serie che, due anni dopo la decapitazione di Ned, torna a vincere e a sorprendere esportando a livello di scrittura il concetto espresso sopra: come non c’è più posto a Westeros per le “tradizioni”, anche nella scrittura seriale moderna non c’è più spazio per i consueti canoni narrativi (su tutti, la salvaguardia dei protagonisti), che dunque vanno doppiamente sacrificati – nella storia e fuori di essa – per garantire un risultato vittorioso.

E, mentre scorrono le indimenticabili immagini di quelle scene finali, ritornano alla mente vari momenti delle puntate precedenti, dalle parole di Lord Karstark in Dark wings, dark words (“I think you lost this war the day you married her”), alle insistite inquadrature sulle lettere scritte da Tywin di fronte a Cersei in And now his watch is ended alla frase di Bolton rivolta a Jaime in The Bear and the maiden fair (“You will give my regards to Tywin Lannister“).

La serie ci racconta, e non potrebbe farlo più esplicitamente, la sua natura più intima, quella di una Storia fatta di storie, in cui chiunque è decisivo ma nessuno è indispensabile. Nel grande disegno anche un semplice risentimento, anche se avvolto in chissà quali disegni diplomatici, può essere decisivo. Ed eccoli quindi Catelyn, Robb, Talisa, il piccolo Ned (non ancora nato ma già con un nome, quasi che il Lord di Grande Inverno e l’onore che rappresenta vengano massacrati di nuovo), Vento Grigio e i vari alfieri del Nord sacrificati alla guerra. Cambiamento consistente poi quello della sorte di Talisa rispetto ai romanzi ma, per certi versi, molto più riuscito con il suo impatto nel breve termine e nel suo tagliare una sottotrama e alleggerire la narrazione nel lungo termine. Gli Stark ora sono definitivamente sconfitti ed è una sconfitta che brucia ancora di più perché, nonostante vari segnali, non arriva gradatamente ma a sorpresa e in un momento in cui il riscatto sembra a portata di mano.

Nonostante tutti i suoi difetti è una grande serie Game of Thrones, di quelle che ti chiedono tanto ma che, quando vogliono, sanno anche restituirti tutto. E la costruzione del climax porta ad un nuovo livello di eccellenza i valori tecnici della serie – scrittura, regia, interpretazioni – ponendoli al servizio di quanto detto sopra: costruire una svolta shockante che al tempo stesso si armonizzi con la storia. E il resto della puntata non è da meno, recuperando un tipo di scrittura già apprezzato la scorsa settimana e che, piuttosto che raccontare brevi frammenti inconcludenti di tantissime storie, ne sceglie solo alcune ma le porta ad un punto di svolta. Oltre al racconto, evidentemente distaccato, della presa di Yunkai, abbiamo quattro storie, quattro strade diverse che si incrociano nell’arrivo dei Bruti e di Jon alla torre dove sono nascosti Bran e gli altri e ancora nel cammino di Arya che quasi tocca con mano la sua famiglia per poi perderla ancora. E da quegli incroci nascono nuove divisioni, con Osha che si allontana con Rickon e Bran che prosegue il suo cammino per diventare un mutaforma e con Jon che fa saltare la sua copertura tra i Bruti e si ritrova di nuovo ad essere un Guardiano, ma non lo stesso di prima, nel mezzo di un’invasione. Altri cadaveri, altre morti, altre storie che continuano come se nulla fosse.