“My name is Ozymandias, king of kings:
Look on my works, ye Mighty, and despair!”

Dalle vertiginose altezze raggiunte, la spirale di degrado umano di Breaking Bad scavalca l’ultima soglia, quella che fino a questo momento non aveva osato oltrepassare, e nel farlo ritorna a se stessa, alle sue origini, all’inizio della storia. Nel farlo ci racconta che gli estremi non esistono, che la morale assoluta ci osserva dall’alto in silenzio, quasi prendendoci in giro con i vari rimandi più o meno nascosti, mentre nel relativismo e nella confusione più totale cerchiamo di andare avanti e dare un senso al tutto. Ci racconta che il caso, la fortuna, il destino possono anche manifestarsi, e che sperare in loro in qualche modo ci può scagionare dalle nostre colpe, ma che in fondo gli eventi e le reazioni, non solo quelle chimiche, finiscono per essere il risultato di scelte consapevoli. In quaranta minuti Gilligan traccia, al netto di qualunque deviazione o distrazione, una linea rossa che parte dall’inizio della sua storia e arriva fino ai giorni nostri, passando sopra cadaveri, affetti e certezze. Crolla infine, in un episodio intenso e straordinario, l’impero di Walter White.

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Il Re Bianco, quello che vediamo intrappolato in un angolo su una scacchiera in un’inquadratura verso la fine dell’episodio, si rende conto infine di aver costruito il proprio regno su fragili fondamenta, si rende conto che alcuni esseri umani non sono plasmabili come gli elementi e che esiste un mondo intero al di là delle sue certezze e convinzioni. Hank, solido e tenace come i minerali da lui collezionati, preferisce spezzarsi piuttosto che piegarsi, e così muore, sotto al sole del deserto, da uomo (“You’re the smartest guy I ever met and you’re too stupid to see he made up his mind 10 minutes ago” è una frase potentissima e peraltro nasconde un riferimento ad una frase decisiva pronunciata proprio da Ozymandias in Watchmen). Nella disperazione di Walter – che richiama nell’inquadratura la stessa provata da Gus Fring in “Hermanos” – c’è la realizzazione dell’impossibilità di tornare indietro, di sistemare le cose, di riequilibrare tutto, e c’è anche lo schiaffo morale alle convinzioni di un uomo che, se da un lato si è sempre aspettato che gli altri facessero ciò che diceva lui e che gli obbedissero ciecamente, ora si ritrova faccia a faccia con un rifiuto. E non sarà né il primo né l’ultimo che riceverà.

Circolarità e simboli si sprecano in un episodio che in ogni inquadratura, in ogni rimando più o meno nascosto sembra urlare di un ritorno al passato, di un inizio che già nasconde i segni della caduta inevitabile. È in questo senso che va letto il flashback che costituisce il prologo della puntata, che da un lato ci mostra e ricorda i due protagonisti al netto delle terribili esperienze ancora da venire, con un Jesse ancora svogliato e un Walter alle prese con la prima, decisiva bugia e dall’altro cela sottili rimandi che esplodono nella seconda parte dell’episodio, come i coltelli nella cucina di Skyler, come il nome di Holly, come i pantaloni perduti nel deserto durante quel primo lavoro e che ritroviamo mentre Walter trasporta a fatica l’ultimo barile di dollari che gli è rimasto.

La tensione intanto si sposta in altri luoghi, ma non accenna ad abbassarsi. Marie, in linea con il proprio personaggio, svela a Skyler il contenuto di quella che fin da subito abbiamo identificato come la telefonata d’addio con Hank. Da questo alla rivelazione a Walter Jr. del segreto di suo padre il passo è breve, ma è anche un passo che avremmo voluto vedere, piuttosto che vederci catapultati in medias res. La tensione nelle scene in casa raggiunge livelli forse mai visti prima, tutto potrebbe accadere, ed è solo con un’inquadratura decisiva e ben costruita, quella di Skyler e Jr. sul pavimento, coltello in mano, che guardano spaventati Walter, che Gilligan riesce a farci entrare nella mente del suo protagonista e a filtrare la sua visione attraverso i suoi occhi. Per molto tempo Walter è rimasto un soggetto impossibile da decifrare. Ora, finalmente, siamo nella sua testa e nei suoi occhi, senza barriere, senza bugie, e ciò che vediamo è un uomo triste e solo.

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Nelle ultime puntate, consapevolmente o meno, quello che ci è stato mostrato è una sorta di tentativo di redenzione del personaggio di Walter. Quello che vogliamo credere, alla luce di un episodio che termina con una telefonata e un sottile dialogo di addio tra Walter e Skyler, nel quale il primo di fatto scagiona, in parte, la seconda addossandosi qualunque colpa ma al tempo stesso urlandole addosso tutta la propria rabbia, anche quella sincera, è che Breaking Bad questo nucleo centrale abbia sempre voluto raccontarcelo. Non esiste la completa redenzione così come non esiste  la completa amoralità: Walter è sempre rimasto l’impacciato, insicuro professore che balbettava scuse nel deserto pochi anni fa, che in sé conteneva, e contiene, il germe del bene e del male. Un po’ come tutti, anche se in forme chiaramente più estremizzate. Come Skyler, Hank, Jesse: piccoli personaggi, piccoli uomini con le loro debolezze, istinti, ossessioni, finiti in una spirale molto più grande di loro.

Ozymandias è l’inizio e la fine di Breaking Bad. Qualcosa si è allontanato per sempre in quella macchina e non tornerà mai più. Rimane solo l’epilogo da raccontare, solo la resa dei conti che si svilupperà nelle ultime due puntate.