C’è un dialogo molto intenso ad un certo punto del primo episodio di True Detective, nel quale i personaggi di Woody Harrelson e Matthew McConaughey discutono in macchina dopo il macabro ritrovamento di un cadavere. Si parla di religione, di morale, di autoconsapevolezza, e intanto fuori dal finestrino scorre lo spoglio e arido paesaggio della Louisiana. E allora si pensa che il nucleo di True Detective sia tutto qui, nel nulla espresso a parole che separa i due investigatori Rust Cohle e Martin Hart, mentre fuori il mondo continua a scorrere e i nostri protagonisti continuano ad essere più lontani che mai.

Storia di morte e degrado umano divisa in otto segmenti, True Detective sprofonda nel desolato clima del profondo sud degli States la classica ricerca al serial killer, lo fa attraverso lo sguardo dei due investigatori legati al caso, ma senza legarsi strettamente al nucleo poliziesco della storia. Certo, il motore degli eventi è indubbiamente quello, lo è fin dalla scelta si rappresentare come un flusso temporale unico le vicende che prendono vita nel 1995 e che oggi tornano alla luce tramite una nuova indagine seguita a nuovi omicidi compiuti con lo stesso modus operandi. La nuova squadra investigativa riprende inevitabilmente i vecchi fascicoli e va a contattare i due uomini, che nel frattempo hanno preso strade diverse – probabilmente è accaduto qualcosa che ha spezzato il loro già debole legame – e che ora ci raccontano questa storia.

Dove ci troviamo esattamente? In un presente che si appoggia ai flashback per scoprire la verità sulla storia e risolvere il mistero? Eppure la parte nel passato occupa l’assoluta maggioranza dell’episodio. Forse il presente allora non è così importante, forse è più interessante scoprire come e perché siamo giunti ad un certo punto, cosa significano le molte allusioni lanciate dagli investigatori che tempestano di domande Rust nell’ufficio, e perché questo personaggio appare completamente abbandonato a se stesso.

Il degrado, la lontananza e l’isolamento sono la costante della puntata. E chi si aspettasse un certo tipo di show soltanto perché si parla di “due detective molto diversi che lavorano insieme per risolvere il caso” farebbe bene a ricredersi, perché qui di rapporti bromance da buddy movie e cose del genere non ce ne saranno. Anzi, sembra che la scrittura in certi momenti si allontani consapevolmente dall’indagine in sé (in fondo una donna nuda con delle corna di cervo in testa cosa sarà mai?) per andare a raccontarci i risvolti dell’evento nel rapporto tra i due. Un omicidio è allora  occasione per discutere di come l’uomo sia l’unica creatura consapevole di sé, qualcosa di storto nei piani della natura. Alcuni indizi ci vengono lanciati: l’appartamento spoglio e degradante di Rust, la sua peculiare e disturbata visione religiosa, la sua depressione e il suo isolamento, e dall’altra parte Martin, apparentemente più sereno e normale, con una moglie (Maggie, interpretata da Michelle Monaghan) e due figli, ma anche con – la scrittura non conferma, ma sembrerebbe ovvio – un’amante e una maschera sociale che sembra sul punto di volare via.

The Long Bright Dark, questo è il titolo del primo episodio di True Detective, e il responso è assolutamente positivo. L’alchimia tra Harrelson, che da sempre è una garanzia, e McConaughey, che dopo i molti anni di commedie romantiche abbiamo riscoperto come grandissimo attore (Killer Joe, Dallas Buyers Club), funziona alla perfezione. La scrittura è particolare e coraggiosa: annulla completamente tutta la parte introduttiva e l’eventuale, quasi imprescindibile, cliffhanger finale per costruire un enorme segmento centrale di un’ora nel quale il ritmo si mantiene costante. Praticamente una follia, eppure è una follia che funziona, che si regge sulle ottime interpretazioni, sulla bellissima fotografia, sulla scrittura intelligente, e che ci lascia decisamente con la voglia di conoscere il seguito della storia.