Dopo aver completato nei due precedenti episodi il giro sui sopravvissuti, profughi dalla prigione di Woodbury, la scrittura di The Walking Dead ritorna ancora sui due gruppi più interessanti e che maggiormente hanno da dire in questo momento, tanto dal punto di vista puramente narrativo – con la storyline di Glenn – che da quello emozionale – con le alterne vicende di Rick, Carl e Michonne. Claimed è un convenzionale episodio di transizione della serie, teso a far rimettere in strada, senza alcuno sviluppo narrativo o di altro tipo, un trio di personaggi, mentre dall’altra parte viene consolidato il mezzo cliffhanger della scorsa puntata, che aveva visto Glenn e Tara incontrare alcuni personaggi inediti.

In una serie nella quale la componente della transizione, intesa come passaggio da una fase ad un’altra, da un luogo all’altro, non è solo occasionale, ma fondamentale nell’alternarsi ai momenti di stallo, Claimed non si differenzia da molti, troppi altri episodi dello show. Canonico nell’esecuzione, prevedibile nell’intreccio, non può essere etichettato come filler assoluto per una piccola, ma fondamentale affermazione compiuta ad un certo punto da un personaggio. Ciò tuttavia non lo salva dall’affondare nel già visto, nell’incoerenza dei caratteri, in quella tensione delle situazioni e dei dialoghi tanto artificiosa quanto irritante che, dopo altri quaranta minuti grattati via dall’obiettivo stagionale, ci lascia con un pugno di mosche in mano.

Sarebbe interessante conoscere una statistica sul minutaggio riservato in questi quattro anni all’esplorazione delle case. In ogni caso una rinnovata Michonne, che sorride più nella scena iniziale di questo episodio che nelle ultime due stagioni, accompagna Carl nel solito giro in cerca di rifornimenti. Intanto Rick, rimasto solo a casa, deve nascondersi a causa dell’arrivo di una banda di non meglio identificati uomini rozzi, armati e stupidi. Questo è uno dei due blocchi dell’episodio, ed è un blocco completamente inutile ai fini della narrazione, che non costruisce né tensione, né sviluppo dei protagonisti (salvo una frase di Michonne nella quale confida a Carl di aver avuto un passato da madre) e che si perde nelle solite facilonerie di scrittura come la non-caratterizzazione degli intrusi, praticamente delle bestie armate che si atterrano a vicenda e dopo si mettono a dormire incuranti dei compagni (svenuti? morti?). Curiose anche le priorità di Michonne, che chiede a Carl di trovare, “in quest’ordine”, cibo, batterie e acqua.

Va meglio con Glenn e compagni. Le persone incontrate infatti (un sergente di nome Abraham, una Lara Croft messicana di nome Rosita e uno scienziato imbarazzante tanto nell’aspetto quanto nei comportamenti di nome Eugene) sono in viaggio verso Washington per una missione di vitale importanza. Eugene avrebbe scoperto l’origine della malattia che sta uccidendo il mondo. Quando Glenn chiede spiegazioni, nonostante siano solo in cinque nel mezzo del nulla e nonostante la possibilità di comunicare sia inesistente, gli viene risposto che è top secret. Dopo aver desistito, piuttosto in fretta, decide di andare a cercare Maggie, il sergente gli spiega che probabilmente è morta e lui gli salta addosso. Nel frattempo arriva un’ondata di zombie che viene fatta fuori in breve tempo. Purtroppo Eugene – lo scopritore della verità, un personaggio che si congeda con la frase “Trust me. I’m smarter than you” – spara accidentalmente al serbatoio del camion. Per il gruppo ora sono guai.

La puntata è scorrevole, il personaggio di Abraham è presentato bene e l’interprete (Michael Cudlitz) ci convince, in qualche momento si ride (anche quando non si dovrebbe), ma The Walking Dead, così com’è ora, non funziona. La scrittura rimane troppo espositiva e caricata nei sentimenti (Michonne sembra davvero, e troppo repentinamente, un’altra persona) e nelle reazioni dei protagonisti (Glenn che salta addosso a Abraham ricorda la reazione esagerata di Tyreese contro Rick alcune puntate fa), la faciloneria e mancanza di cura nelle situazioni troppo diffusa, la caratterizzazione all’acqua di rose dei comprimari troppo evidente. E in generale non riusciamo a scrollarci di dosso la sensazione che l’obiettivo primario della scrittura sia quello di guadagnare tempo senza raccontare mai nulla di interessante.