Dopo cinque episodi straordinari True Detective ritorna con una puntata sottotono, dove per sottotono qui si intende ottima, ma non eccezionale. Il termine più corretto sarebbe necessaria. Dopo aver concluso gli eventi più lontani nel tempo, quelli del 1995, Haunted Houses copre tutti i buchi rimasti aperti nel passato dei protagonisti, quelli relativi al 2002. Lo fa non più all’ombra delle tensioni e delle paranoie sommerse dei caratteri, ma lasciando che gli sfoghi sopiti per troppe puntate e per troppi anni vengano fuori. Paradossalmente l’attesa di queste svolte, per certi versi prevedibili e non troppo sorprendenti, ci aveva regalato più emozioni del suo concreto verificarsi. Ma la qualità generale rimane molto alta.

L’incidente del 2002, che spesso ha fatto capolino nella scrittura, si concretizza in questo episodio, che porta al punto di non ritorno il rapporto, da sempre travagliato, tra Cohle e Hart. La pulce nell’orecchio del primo messa nello scorso episodio ha continuato a scavare, facendosi strada fino al cervello e radicandosi lì. Cohle non è evidentemente una persona equilibrata, ma, come afferma Maggie ad un certo punto, ha una sua integrità ed è responsabile, e soprattutto non ci sta a lasciar correre un sospetto che diventa quasi una certezza al momento dell’incontro con la giovane Kelly. La ragazza, salvata dai due detective sette anni prima, è rimasta segnata a vita da quell’esperienza atroce. Prima di avere una crisi, ricorda la figura di un “gigante con delle cicatrici”, a suo dire il peggiore del gruppo.

Raramente come in questo episodio Cohle aveva lanciato così tante accuse al suo dipartimento e ai suoi colleghi, gli stessi che incitano Hart a picchiarlo nel momento risolutivo. Ma le motivazioni non hanno nulla a che fare con il lavoro. L’apparizione, alcuni episodi fa, di Lili Simmons (Banshee), non era stata un caso. La ritroviamo cresciuta, nuova amante di Hart. Maggie scopre tutto e, per pura vendetta, colpisce il marito ripagandolo con la stessa moneta. Il tradimento con Hart non è una sorpresa assoluta, era nell’aria, più per sensazioni che per effettivi indizi di sceneggiatura, fin dal primo episodio. Ovvia rissa tra i due colleghi, separazione definitiva e incontro rimandato al futuro, davanti a una birra, per discutere del caso riaperto.

In qualche modo True Detective, che finora aveva viaggiato su binari altissimi, costruendo una narrazione personale, originale, ricca e affascinante, con Haunted Houses paga il pegno ad una scrittura più canonica, che mette tutto al posto giusto, anche in modo apprezzabile (come nelle scene ricche di tensione nella famiglia di Hart) ma tutto sommato prevedibile. Trova anche riscontro pratico tutta la storyline sul tradimento di Hart col personaggio di Alexandra Daddario, che a sua volta colpisce Cohle, che a sua volta si trova sospeso dalle indagini e trova il calcio finale per rassegnare le dimissioni. È tutto collegato bene, equilibrato, pulito, e sembra quasi ingiusto cercare il pelo nell’uovo ad una serie finora così soddisfacente. Ma, proprio per tutto ciò che è riuscita a costruire fino ad ora, diciamo che qualche sorpresa in più e qualche cliché poliziesco di meno sarebbero stati graditi.

Emblematica l’immagine finale, con la camera fissa a inquadrare la luce posteriore del furgoncino di Cohle, rotta dieci anni prima nella collutazione con Hart e mai riparata. Maggie racconta di come una volta Cohle le abbia detto come il perdono non esista, e di come semplicemente le persone tendano a dimenticare. Quella luce mai riparata ci dice che Rust non ha mai dimenticato.