Dopo l’episodio non troppo riuscito della scorsa settimana Game of Thrones riprende a macinare strada. Lo fa dividendo il proprio – eccessivo – minutaggio in alcuni blocchi rigidamente separati, alcuni più interessanti, altri meno, alcuni più riflessivi, altri più determinanti, chiudendo il tutto con un cliffhanger degno di questo nome. Benioff e Weiss plasmano il materiale originale, ci giocano, anticipano i tempi in alcuni casi, aumentano gli intrecci introducendo nuove ellissi – non sempre giustificate – in altri, ma tenendo sempre alta la tensione e riuscendo come al solito a mantenere in bilico le mille sottotrame che si dipanano in questo universo immaginario. In ogni caso si tratta forse dell’episodio che più di tutti si allontana dal canone dei libri.

Oathkeeper, il giuramento, è il titolo dell’episodio. Il giuramento di Brienne, lanciata nell’ennesima sidequest, in marcia sul continente insieme allo scudiero Podrick per cercare di recuperare Sansa, fuggita da Approdo del Re. Ma anche il giuramento di Jaime, quello fatto a Catelyn tanto tempo prima, di riportare le sue figlie sane e salve a casa. Senza famiglia, senza onore, senza forza, lo Sterminatore di Re si aggrappa al miraggio di un gesto umano, onorevole, cavalleresco nel senso più lontano da ciò che siamo abituati a vedere nella serie. Tira ancora in ballo il tomo sulle vite dei membri della Guardia Reale, nutre in cuor suo la speranza di un riscatto parziale per i gesti compiuti. Agli occhi dello spettatore, intanto, il personaggio di Coster-Waldau è completamente riscattato: lo è nel doppio confronto con i fratelli, quello più pacato con Tyrion, quello più furioso con Cersei (immancabilmente con la coppa piena di vino in mano). Sulla carta l’idea di Brienne e Podrick all’avventura è interessante: vedremo se sarà sfruttata al meglio dagli autori o se diventerà un banale riempitivo.

Di certo corrono veloci le altre vicende ad Approdo del Re. Chi si aspettasse una risoluzione del mistero legato alla morte di Joffrey sul lungo termine sarà rimasto sorpreso. Dalle parole che Ditocorto rivolge a Sansa, confermate indirettamente in un dialogo tra Olenna e Margaery, è possibile ricostruire l’accaduto. Un complotto a due con l’obiettivo di destabilizzare la Corona, portare via Sansa (il cui fascino, come quello di sua madre prima di lei, non è privo di effetti su Petyr) e impedire che Margaery andasse in sposa a Joffrey. Il mezzo è stato una collana, e l’ignara vittima incidentale il defunto Ser Dontos. Fa un certo effetto vedere Sansa più sveglia e recettiva di Margaery nell’apprendere la notizia, e in ogni caso è bene che il mistero non si sia protratto a lungo. In ogni caso l’erede dei Tyrell si riprende presto dalla rivelazione, e dalla doppia vedovanza, e si avvicina a Tommen (per fortuna ci vengono risparmiate scene scabrose e fuori luogo).

Altro giro, altra corsa, andiamo a Meereen. Il segmento di Daenerys, primo della puntata, anche per ricollegarsi idealmente al finale sospeso di Breaker of Chains, vede la conclusione della conquista – relativamente semplice – della terza e ultima città degli schiavi dopo Astapor e Yunkai. Il trionfo di Daenerys è completo, e stavolta si muove attraverso il braccio armato degli Immacolati guidati da Verme Grigio. Rapido, veloce e implacabile, come i primi densi minuti dell’episodio, che in breve ci portano alle ultime sontuose e ricche scene di massa nelle quali Daenerys emerge come vincitrice giusta, ma non per questo incline alla pietà. Contravvenendo in parte alla scrittura dei libri, ma senza tradire il personaggio (“I do not have a gentle heart”), l’ultima Targaryen decide di crocifiggere i padroni schiavisti. Dalla sommità della piramide di Meereen, lo stemma dei Targaryen ha coperto l’Arpia Ghiscariana. Una nuova fase dell’avanzata di Daenerys è iniziata.

Intanto, praticamente dall’altra parte del mondo, gli eventi alla Barriera iniziano a precipitare. Con un espediente forse non totalmente pulito dal punto di vista della scrittura, ma in parte giustificato, c’è tempo per le ultime schermaglie prima che Mance Rayder si abbatta sui Guardiani della Notte con tutta la sua forza. Archiviata, per fortuna, la pratica Gilly, l’obiettivo si concentra sulla casa di Craster, ora occupata dai disertori e traditori dei Guardiani. Jon raduna un piccolo gruppo di volontari per andare a distruggerli prima che possano rivelare i punti deboli dei loro ex fratelli. Ma Jon ignora due importanti elementi: che tra le persone che lo accompagnano si nasconde anche Locke, spia di Roose Bolton inviata proprio ad ucciderlo, e che nel frattempo Bran e i suoi compagni sono stati catturati proprio dagli ex Guardiani.

Giusto come informazione supplementare, queste due incognite alla spedizione sono inserimenti inediti rispetto ai romanzi, e la stessa missione di Jon è un’invenzione della scrittura televisiva. Ora, se da un lato il fatto che si tratti di aggiunte ad hoc per rimpolpare la parte centrale della stagione non sembra un mistero, bisogna interrogarsi sulla loro esecuzione. Ha senso che Bolton, con un territorio da riconquistare dai Greyjoy, tema le pretese di un Guardiano bastardo e mandi qualcuno a infiltrarsi per ucciderlo? È eccessiva la coincidenza per cui Bran e compagni si ritrovino ad essere catturati proprio da quei Guardiani da cui si sta dirigendo Jon (e ricordiamo che si tratta della seconda volta in poco tempo in cui i due fratelli, per pura coincidenza, sono molto vicini)? Molto dipende dal modo in cui questi due avvenimenti incideranno o meno sulla trama principale (così stando le cose, potremmo dover salutare anzitempo uno dei due Reed).

La conclusione dell’episodio è di quelle che si ricordano. Un Estraneo raccoglie l’ultimo neonato di Craster abbandonato nel bosco, lo conduce in un luogo ghiacciato e oscuro, e infine lo poggia su una specie di altare. Si compie un rituale misterioso e, tramite il solo tocco di un dito, il piccolo diventa uno degli Estranei. È una bella scena, che arricchisce la mitologia delle “Cronache del Ghiaccio e del Fuoco”, andando per certi versi anche oltre ciò che ha scritto Martin.