“Ok”. Bastano due semplici lettere, pronunciate quasi svogliatamente, a chiudere col botto un episodio straordinario. Perché dietro quelle due lettere si nasconde un mondo. Dopo due ottimi episodi introduttivi, Mad Men tira fuori Field Trip, e si ritorna alla perfezione della scrittura. Lo fa insistendo per tutta la sua durata su un montaggio sempre più veloce tra le vicende di Don, ormai giunto ad un punto cruciale, e Betty, che vediamo quest’anno per la prima volta. La difficoltà di adattarsi e chinare la testa, pur riconoscendo i propri errori, messe a confronto in due situazioni apparentemente antitetiche che vedono protagonisti gli ex coniugi Draper. Un episodio fondamentale, che nella seconda parte rasenta la perfezione.

Nell’ideale prologo dell’episodio, completamente slegato dal resto degli avvenimenti, Don si reca al cinema (un matinée?). Nel buio della sala cinematografica, tra silenzio e fumo, viene assorbito dalle immagini di Model Shop di Jacques Demy, storia di un giovane disoccupato che si aggira per Los Angeles tenendo in piedi una storia con una bella modella francese. Uscito dalla sala e rientrato nei suoi panni, Don passa da spettatore a protagonista, apparentemente concludendo in maniera brusca la storia con Megan. Dopo Sally, anche la sua donna scopre l’inganno (non sente il rumore delle macchine da scrivere in sottofondo quando parlano al telefono). Il nuovo – o quasi – Don è un uomo che molto più rispetto al passato cede alle confessioni, ma in questo caso la verità non porta ad una distensione tra i due.

Sul fronte lavorativo si fa invece sotto, con un coraggio e una lealtà quasi sorprendenti, il vecchio Roger, che entra in contatto con Don e gli propone di recarsi il giorno seguente alla SC&P per discutere del suo reinserimento nell’organico. Ciò che Roger, e evidentemente anche Don, avevano mancato di comprendere, e che invece era palese per Joan, Cooper e gli altri, era che il periodo di aspettativa concesso a Don era semplicemente un licenziamento mascherato, un modo per permettergli di uscire con stile e dignità dalla compagnia. Quando Don si reca a lavoro, il suo impatto con la situazione è brusco, violento, fatto di silenzi imbarazzati, di complicità occasionali. È l’umiliazione di un gigante che si sente a poco a poco abbandonato a se stesso, anche da Roger, che arriverà solo molto tardi e dopo averlo lasciato solo. Nel frattempo i grandi capi discutono animatamente: sul piatto della bilancia il costo della persona, sull’altro la possibilità nemmeno tanto remota di trovarselo come avversario in un prossimo futuro. Nessuno spazio a considerazioni sulla fiducia, sul passato condiviso, sugli anni trascorsi insieme. Grazie anche a Roger, Don ottiene il reinserimento, ma dovendo sottostare ad una serie di condizioni umilianti quasi quanto l’attesa.

Questi momenti in cui Don entra ancora una volta in contatto con il proprio universo professionale sono semplicemente straordinari. La cura nella costruzione del tessuto relazionale tra i vari caratteri è perfetta, lo è in quello che viene mostrato e in quello che viene taciuto. La tensione – un tipo di tensione molto diversa da quella che abitualmente intendiamo – è palpabile in ogni gesto, la risposta caratteriale di ogni figura è ponderata e coerente. C’è l’ipocrisia di chi impone la condizione di non bere e lo fa con un mezzo ubriaco nella stanza, di chi dimentica dieci anni di collaborazione e rispetto. E c’è la solidità di una scrittura che non ha assolutamente bisogno di tenerci sulle spine rimandando la risposta di Don, che – notiamolo –occuperà l’ufficio di Lane, alla prossima settimana, ma che può chiudere tutto con un anticlimatico e semplice “ok”. Dopo tutto quello che abbiamo visto, non serve nient’altro.

E tutto questo è solo una parte dell’episodio. Nel frattempo Betty, dopo essere precipitata in se stessa, aver lasciato Don, essere ingrassata, aver cambiato colore di capelli, ha fatto il giro completo ed è tornata al principio. Una donna fondamentalmente sola, presuntuosa, infantile, che aspetta che il marito torni a casa dal lavoro e che desidera, anzi pretende di avere un buon rapporto con i figli. E la forzatura è evidente, forse ammirabile in un primo momento, anche se giunge quasi come sfogo dopo una conversazione con un’amica. Ma le conclusioni sono da condannare completamente. Betty rimane una figura come molte e, in fondo, come ogni altro essere umano, intimamente consapevole dei propri difetti. Riflette con il broncio tenuto al figlio una condizione di profonda insoddisfazione verso se stessa.

Tempo di mutamenti alla SC&P. Il progresso, incarnato dal settore computeristico in espansione, muove i suoi primi passi in questo senso. Non c’è più spazio per le singole individualità e per il genio creativo, remunerativo ma incontrollabile, di personaggi come Don. Ma la transizione non sarà semplice, e la gestione travagliata del reinserimento di Don è solo l’esempio di un malessere emergente.