“Forgive me, Majesty. I am a vulgar man. But I assure you, my music is not”

La citazione tratta dal capolavoro Amadeus, di Miloš Forman, è l’ouverture alla sinfonia di New York raccontata in Mozart in the Jungle, la nuova proposta di Amazon. Ed è, insieme all’emblematico titolo della serie, il manifesto allo svolgimento dell’opera alla quale assisteremo in dieci episodi. C’è volgarità, bassezza e istinto, ma anche passione che diventa il motore di un dialogo reciproco tra la musica classica, ovviamente, e i rumori della città palpitante di vita. Non tutto va a segno nel percorso dei personaggi che ci vengono raccontati, ma l’ambientazione si staglia forte sullo sfondo della serie e, nel momento in cui sale sul palco, offre una lezione che merita di essere ascoltata.

Cambiamento epocale alla Filarmonica di New York. Il direttore Thomas (Malcolm McDowell) viene sostituito dopo una lunga carriera e al suo posto, anche per risollevare l’orchestra, viene ingaggiato l’uomo del momento. Si tratta dell’eccentrico e giovane maestro Rodrigo (Gael García Bernal), che irromperà con idee rivoluzionarie e sistematica rottura degli schemi in questo mondo apparentemente così rigido. Attorno all’orchestra gravitano quindi le vite di alcuni musicisti. Su tutti emerge Hailey (Lola Kirke), una giovane suonatrice di oboe alla quale si presenta l’occasione di una vita.

Mozart in the Jungle è una serie fatta di momenti e intuizioni, le migliori delle quali rientrano in quel dialogo a distanza tra musica e metropoli che si diceva sopra. C’è il caos cittadino dal quale emerge con naturalezza una melodia casuale, c’è un’esecuzione libera e spensierata a cielo aperto in un quartiere, c’è un duetto di artisti senza vincoli. In questi momenti la musica classica si impone e sostiene le architetture della città e i suoi volti caratteristici – sui quali la regia, maggiormente di Paul Weisz, si sofferma con eleganza – fino a comporre un quadro umano vivo e forte, capace di lasciarci con un sorriso nei suoi momenti migliori. Non è la “Rapsodia in blu” della scena iniziale di Manhattan di Woody Allen, ma è qualcosa che vi si avvicina molto nel suo obiettivo finale.

È l’incontro, forse, in fase di scrittura – firmata tra gli altri da Roman Coppola e Jason Schwartzmann – tra l’alta ispirazione di Heimat 2 e quella più vicina alla serie come ambientazione di Fame, su cui si costruisce da lontano la storia. Che da questo punto di vista non diventerà mai qualcosa di troppo particolareggiato o sorprendente. La vicenda, salvo qualche innesto nel cast in corsa, è lineare ed interessante fino ad un certo punto. Il personaggio di Rodrigo, presentato come inarrivabile, diventa sempre più vicino a noi e “umano” nel corso dei dieci episodi (ottimo Gael García Bernal nel dar vita a questo carattere così sopra le righe e vincente, ma mai antipatico o arrogante). Hailey intanto rappresenta spesso il nostro punto di vista “da esterni” sulla vicenda, ma è McDowell a rubare spesso la scena.

C’era molta attesa, dopo Transparent, per la nuova proposta di Amazon e, tra un “maestro” e un “fortissimo”, si può dire che Mozart in the Jungle abbia convinto: scorrevole, simpatico, anche creativo nei suoi momenti migliori. Qualche caduta di ritmo verso la parte finale della stagione, alcuni personaggi non a fuoco o buttati senza troppo interesse nella storia, ma comunque una prima stagione da promuovere.