Inside No 9 (seconda stagione): la recensione

Consigliare Inside No. 9 non è troppo diverso dal cercare di convincere qualcuno a recuperare Black Mirror: una miniserie inglese antologica e sorprendente, ma sulla quale non si può scendere molto nel dettaglio senza rovinare porzioni di trama e i clamorosi colpi di scena che chiudono spesso le storie. E quindi ci si ritrova a urlare nel deserto, sperando che la voce arrivi a qualcuno. In ogni caso, dopo una prima riuscita annata che avevamo seguito con piacere, il progetto televisivo di Reece Shearsmith e Steve Pemberton, già autori di Psychoville, ritorna sulla BBC con sei nuovi episodi autoconclusivi. Alcuni più riusciti, altri più deboli, per un livello complessivo degno dello scorso anno se non superiore: da recuperare assolutamente.

Ma di cosa parla Inside No. 9? Non è facile rispondere. Da un lato perché, come già detto, sarebbe un delitto rivelare nel dettaglio trame e twist delle puntate, che giocano molto sull’effetto sorpresa e sul ribaltone finale, e dall’altro lato perché c’è pochissimo a legare gli episodi tra di loro. Almeno in Black Mirror c’era il tema comune della tecnologia e un genere simile, qui nemmeno quello. Horror, dramma, commedia nera, vicende grottesche: un po’ di tutto, e l’unico punto in comune è quello che dà il titolo alla serie, ossia il numero 9 che identifica in qualche modo il luogo dove si svolge l’azione. Può essere un armadio, un numero civico, un luogo astratto, una postazione: di volta in volta i due autori, anche protagonisti delle storie grazie ad un forte lavoro di make-up, ci trascinano in vicende sempre diverse e dagli esiti non facilmente prevedibili.

Inside No. 9 è ora grottesco, ora volgare, ora sopra le righe, ma è senza dubbio un prodotto intelligente e ben ragionato, che vive delle grandi idee di scrittura e di sperimentazioni continue. In un periodo in cui il piccolo schermo ha scoperto il piacere delle lunghe narrazioni e delle trame intricate, gli inglesi offrono questi piccoli show, che puntano tantissimo sul valore della scrittura, che si lasciano andare a soluzioni anche sgradevoli e quasi mai concilianti, ma valide nel loro ricordarci che per fare grande televisione non servono grandi budget, quanto grandi idee.

Lo schema delle puntate, per scelta o per caso, sembra ripetere quello dello scorso anno. Si è iniziato con La Couchette, grottesca vicenda che si svolge in un ambiente molto piccolo (cuccetta di un treno) e si è concluso con Séance Time, che come l’ultimo episodio della prima stagione è a tema orrorifico. Nel mezzo episodi più riusciti e altri meno, ma su tutti svetta sicuramente il secondo, intitolato The 12 Days of Christine: in questa mezz’ora sulla quale non sveleremo nulla si gioca su temi e svolte già viste e apprezzate in molte altre occasioni, ma il tutto viene calato all’interno di un racconto denso e coinvolgente, la fotografia di una vita che riesce ad assorbirci fino alla rivelazione finale. Molto riuscito anche Cold Comfort, narrato interamente attraverso le registrazioni di telecamere di sorveglianza: anche in questo caso la (doppia?) rivelazione finale è di quelle che spiazzano.

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