I’m not going to stop the wheel. I’m going to break the wheel

Il concetto di ordine in Game of Thrones è in continuo mutamento, ha una sua feroce riproposizione di schemi che vedono emergere ora uno ora un altro schieramento, ma tutto si muove lungo un asse stabilito, ora e sempre. Esiste la rivolta, quella di Robert contro i Targaryen, esiste l’ascesa, come quella degli Sparvieri ad Approdo del Re, ma non la rivoluzione, non a Westeros. Per rintracciare qualcosa del genere dobbiamo andare oltre i confini del continente, verso il ghiaccio da una parte e il fuoco dall’altra. Allora troveremo chi, per il bene o per il male, sta operando in silenzio e da lontano per distruggere quest’ordine, riducendo al silenzio e all’impotenza tutte quelle piccole sottotrame che si agitano come formiche nel mondo. Daenerys ha ribaltato un continente intero, con i suoi costumi, il suo ordine, la sua personale “ruota”, o almeno ci sta provando, ed è sua intenzione proseguire la sua opera anche in occidente. È lei a pronunciare la frase chiave dell’episodio, ma non è lei a colpire con forza la ruota. Sono gli Estranei che calano da oltre la Barriera, e che ci rivelano, dopo cinque anni di attesa, che l’inverno è arrivato.

Hardhome è un episodio nettamente diviso in due parti. La prima, più statica come eventi ma più dinamica come location, e la seconda, completamente opposta. Si riparte dal vero evento saliente della scorsa settimana e in generale della quinta stagione: l’incontro tra Daenerys e Tyrion. Il carisma della prima e l’ingegno del secondo insieme rappresentano una combinazione formidabile, la coppia potenzialmente più forte apparsa finora in gioco. Ognuno completa le mancanze dell’altro: Tyrion è certamente meno idealista e più pragmatico di Daenerys, tant’è che non esita un secondo a comunicarle di aver preso una saggia decisione nella riapertura delle fosse di combattimento, così come nella volontà di sposare qualcuno del posto per consolidare il suo ruolo. Dall’altro lato Daenerys ovviamente ha una posizione di potere invidiabile, che le deriva anche dal suo fascino e dalla capacità di farsi amare incondizionatamente, qualità di cui il Folletto difetta.

Dispiace per il povero Jorah, che in fondo a questo punto il perdono se lo sarebbe anche meritato, anche per semplice buon senso. In ogni caso con il suo desiderio di lottare nella grande arena di fronte alla regina, ormai disperato sia per le circostanze sia per la malattia che lo sta consumando lentamente, è chiaro che ci aspetta un ulteriore momento di confronto tra i personaggi, forse l’ultimo. Assume anche un maggior senso l’uccisione di Barristan Selmy, con Tyrion che di fatto ne va a ricoprire il ruolo di primo consigliere al fianco di Daenerys (vederli insieme era una sovrapposizione che non serviva alla storia). Non ci si aspettava niente di meno, ma è bello poter dire che – tra le strane scelte di governo di Daenerys e la storia d’amore tra Verme Grigio e Missandei – questa è stata una parentesi felice a Meereen come non se ne vedevano da molto tempo.

Immancabile un richiamo a Cersei, necessario per mostrarci le fasi della sua prigionia in attesa di conoscere le sue decisioni rispetto alla richiesta di confessione: si piegherà o la sua testardaggine avrà la meglio? In ogni caso ogni remota possibilità di provare dispiacere per il personaggio è soffocata dal godimento per la crudele ironia della situazione. Un personaggio che di sicuro sta emergendo è Qyburn, l’unico in tutta la reggia a non essere stato penalizzato dall’arrivo degli Sparvieri. Altrettanto infelice è la prigionia di Sansa, che però scopre da Reek che Bran e Rickon non sono morti come credeva, ma che sono lì fuori da qualche parte. Un piccolo raggio di luce in una condizione terribile. Sansa odia Theon, giustamente, eppure nel caso del suo personaggio, a differenza di Cersei, è possibile provare un po’ di pietà.

Nessuna pietà invece da parte degli Estranei, che piombano letteralmente come una valanga sui miseri negoziati condotti a fatica da Jon e Tormund con i capi del popolo libero. È un’escalation improvvisa e gradita quella che avviene ad Aspra Dimora. Quando pensavamo che tutto si sarebbe concluso con una mezza vittoria e un difficile ritorno a casa, ecco che dal nulla l’armata dei non-morti e dei loro comandanti Estranei colpisce forte e senza preavviso. Si tratta del genere di momenti che Game of Thrones ci ha abituato a riservare per il nono episodio, e invece quest’anno occupa la seconda metà di una puntata che vola alto e che si posiziona senza difficoltà in cima a quelle della quinta stagione.

Soliti altissimi valori produttivi per una serie tv, solito grande controllo dello scenario nel quale emergono piccoli ma decisivi – anche orrorifici – momenti di scontro. Ma la vera forza di questo segmento è la sua crescita esponenziale. La fuga che diventa un assedio, l’assedio che diventa una battaglia, gli Estranei a cavallo che emergono dalla neve e lo scontro in cui Jon scopre il valore dell’acciaio di Valyria (unica arma in grado di distruggere gli Estranei insieme al vetro di drago di cui si fa un gran parlare nella puntata). E quindi la sconfitta e la fuga precipitosa, con il re degli Estranei che fa risorgere l’armata di non morti (che non sono una razza a parte, ma sono morti riportati in vita, e come tali possono essere fatti a pezzi e sconfitti anche con armi normali) tra i quali spicca la figura di una bruta che la scrittura ha avuto anche il tempo di farci conoscere e apprezzare in pochi minuti. Arrivati a questo punto è chiaro che non avremo l’attesa battaglia di Grande Inverno tra Stannis e Roose, ma nel cambio pochi si lamenteranno.

Dopo le parecchie cadute di questa stagione, soprattutto negli episodi immediatamente precedenti, ci voleva una puntata in grado di risollevare la fiducia nella serie, di rialzare il tiro e mostrare le pontenzialità dello show. Uno show che mai come quest’anno soffre al centro, in tutte le storyline che si svolgono a Westeros, ma vince alle estremità, che iniziano a diventare sempre più importanti e presenti e ci avvicinano, a piccoli passi, all’orizzonte finale della saga. La ruota inizia a incrinarsi.