Lo sapevamo già. Lo sapevamo, che Digestivo sarebbe stato un episodio folle, non fosse altro per il gravoso compito di dover chiudere un ciclo narrativo importante e aprire le porte a una nuova (seppur breve) era per Hannibal. Eppure, non si è mai abbastanza preparati alla visionaria, orrorifica creatività di Bryan Fuller e compagnia, e nessuno avrebbe potuto immaginare di vedere un bambino morto strappato dal ventre di un maiale, o una faccia letteralmente strappata e poggiata su un’altra faccia.

Il tema della puntata è il surrogato e, di conseguenza, la pietosa mistificazione, un vuoto mascherato da pieno che riempie un altro vuoto. Se l’esempio più evidente di ciò è la scoperta, da parte di Margot (Katharine Isabelle) e Alana (Caroline Dhavernas), del feto della prima cresciuto nel ventre di una scrofa, al solo fine di poterle far tenere tra le braccia il cadavere delle sue speranze, anche il bramato trapianto di faccia di Mason (Joe Anderson) è più che emblematico in tal senso. In entrambi i casi, assistiamo all’appropriazione indebita (ignara, da parte della scrofa, e volontaria da parte del milionario) degli elementi più viscerali e imprescindibili dell’uomo: la prole e, cosa ancora più importante, l’identità. Entrambi sono esperimenti fallimentari, e il trionfo di Margot e Alana su Mason passa per il suo sperma quanto per il suo annegamento. Vita e morte sono legate a filo doppio nel destino delle due donne, ma il potenziale figlio – la vita – è garanzia di ricchezza, mentre l’efferata uccisione di Verger – la morte – è chiave di liberazione e accesso diretto per una felicità finora rimasta un miraggio.

Torreggia immaginifico, in questa terra desolata di menzogna, l’unica paradossale luce di sincerità: il rapporto tra Will (Hugh Dancy) e Hannibal (Mads Mikkelsen). I due uomini sono infine riuniti al di là del bisogno di distruzione, ma proprio quando tutto sembra avviarsi a una dolente ma necessaria conclusione, il cannibale compie il proprio capolavoro. Capolavoro annunciato, intuibile, forse anche scontato, ma estremamente coerente, commovente e agghiacciante al tempo stesso: si consegna alle forze dell’ordine – o meglio, a Jack (Laurence Fishburne), perché sarebbe stato impossibile arrendersi a chiunque altro – per puro amore di gioco. Perché no, Hannibal non vuole rinunciare alla propria anima gemella “identicamente diversa” e, soprattutto, non vuole rinunciare a essere una parte ingombrante e corrosiva della sua mente. “Non voglio più pensarti” dice il tormentato Will, ma tra volere e potere c’è un divario incolmabile quando si tratta di Hannibal. L’addio che il profiler dà dal proprio letto è la negazione del vecchio detto “chi tace acconsente”, laddove lo psichiatra si congeda silenziosamente, prendendo la porta ma, di fatto, non tollerando il distacco.

“Voglio che tu sappia esattamente dove sono. E dove potrai sempre trovarmi.” Non è finita, tra loro. Hannibal sa che, volente o nolente, Will sarà sempre attratto da lui come una falena dalla luce, e che è solo questione di tempo prima che l’alleanza più emotivamente disfunzionale del mondo venga ripristinata. Hannibal va in prigione, sì, ma ci va di propria spontanea volontà, rendendo l’arresto nient’altro che un passo in un percorso di cui ha calcolato ogni mossa. Ma non c’è solo fredda pianificazione, nelle azioni del mostro; al contrario, la sua resa è lo specchio di una tragica consapevolezza sentimentale. La seconda stagione si era conclusa con Hannibal intento a sventrare Will, colpevole di volergli negare la libertà; a distanza di sette episodi, siamo all’estremo opposto, arrivati all’aristotelica certezza che “senza amici, nessun uomo sceglierebbe di vivere, anche se possedesse tutti gli altri beni”. Hannibal ormai lo sa, al di là del divertissement che ha contraddistinto il suo operato. Senza Will sulle sue tracce o, almeno, nel suo cono d’ombra, la vita dell’ex psichiatra non è altro che un mero esercizio estetico firmato col sangue. Non resta che attendere l’avvento di Francis Dolarhyde (Richard Armitage), sanguinario cupido che riunirà, dopo una pausa di riflessione di qualche anno, i nostri protagonisti per un ultimo, vertiginoso giro di valzer.