Tre anni anni dopo, un mondo diverso. Tre anni passano, infatti, tra Digestivo e The Great Red Dragon, rispettivamente settimo e ottavo episodio della terza stagione di Hannibal. La differenza non è solo geografica (dalla ricchezza degli ambienti fiorentini o della magione Verger alla stoica sobrietà extraurbana di casa Graham) o psicologica. C’è un netto cambio di rotta a livello narrativo, che spinge la serie di Bryan Fuller verso un territorio meno visionario e, in un certo senso, più passionale. Torniamo nell’orizzonte delle scene del crimine, delle prove, dei dettagli da notare, seguiamo passo dopo passo il tracciato di Il Delitto della Terza Luna di Thomas Harris, in un’atmosfera cupa e morbosa che ha, tuttavia, un profumo quasi rassicurante rispetto alla sublimazione estetica dei primi sette episodi: è puro thriller quello che ci viene proposto, innestato su una base che gli conferisce un’aura struggente anche nelle sequenze più semplici.

Se già con la prima parte di stagione, Hannibal ha dimostrato di poter fronteggiare senza problemi il confronto diretto con l’illustre precedente cinematografico firmato da Ridley Scott, The Great Red Dragon chiarisce, nel giro di una manciata di fotogrammi, la felicità della scelta di Richard Armitage come nuovo Francis Dolarhyde, nella creazione di un personaggio che, malgrado l’efferatezza dei propri delitti, suscita nello spettatore un sincero moto empatico per la chiara mole di sofferenze che si porta dietro dalla più tenera età.

Tanti i rimandi ai grandi maestri (la cella di Hannibal ricalca il raffinato ambiente del finale di 2001: Odissea nello Spazio). Non mancano omaggi al cinema nostrano, Argento e Avati su tutti: si noti la chicca dell’insegna nella bottega cinese dove Dolarhyde va a ritirare la mostruosa dentiera, chiara citazione di La casa dalle finestre che ridono. Ma non c’è mai superficialità nella scelta delle fonti d’ispirazione dello show, ma una ricerca costante di corrispondenza tra significante e significato che aggiunge, qualora servisse, ulteriore profondità a un terreno già incredibilmente stratificato.

Narrativamente parlando, il gioco delle parti tra Hannibal (Mads Mikkelsen) e Will Graham (Hugh Dancy) si arricchisce di inedite strategie, sempre più tortuose ma non meno efficaci: la lettera del detenuto alla sua anima gemella, in cui lo esorta a mantenersi lontano dalla porta sull’abisso che Jack Crawford (Laurence Fishburne) sta tenendo aperta per lui, è un mirabile esercizio di psicologia inversa, è il circospetto additare un baratro in cui, lo sappiamo, l’ex profiler non mancherà di tuffarsi. Hannibal è stato riconosciuto “ufficialmente insano”, come riportato da un’Alana Bloom (Caroline Dhavernas) mai stata tanto bella e trionfante in quella che ha tutta l’aria di essere l’ascesa prima della rovinosa caduta; ma lo squilibrio mentale – o, piuttosto, l’abominevole equilibrio omicida – dell’ex psichiatra non è mai stato un deterrente efficace verso la mente di Will, “identically different”.

“Una lettera d’amore scritta su un uomo spezzato”, così si era aperta la terza stagione di Hannibal. E attraverso lettere d’amore – un amore malato, asessuale e ossessivo, ma pur sempre amore – continua a snodarsi la relazione tra i due protagonisti. A nulla vale la quiete domestica conquistata attraverso le nozze con la dolce Molly (Nina Arianda) e il miraggio di paternità col piccolo Walter: l’attrazione di Will per quel mondo di follia e sangue in cui Hannibal l’aveva precipitato è rimasta immutata. L’uomo legge la lettera del serial killer mentre Molly dorme, come se fosse la corrispondenza di un amante segreto, e la brucia cullandosi (per poco) nell’illusione di poter mantenere il proprio proposito (“Non voglio più pensarti” aveva detto durante il dolente congedo in Digestivo). Ma Hannibal non può perdere, e la scena conclusiva di The Great Red Dragon è emblematica, parallelo identico ma con posizioni ribaltate di Savoureux (ultimo episodio della prima stagione). Di nuovo soli, di nuovo in prigione, e anche se stavolta dietro le sbarre (o meglio, dietro l’asettico vetro quasi espositivo della sua elegante cella) c’è il dottor Lecter, chi ha il coltello dalla parte del manico è ancora lui. Will è libero fisicamente, ma la sua anima è ancora prigioniera di Hannibal che, viceversa, trionfa imperturbabile, recluso ma per nulla invecchiato, anzi forse ancora più fascinoso del solito, benché privato del proprio fulgido guardaroba.

Aleggia la sensazione che, malgrado tutto il dolore sofferto, la diabolica influenza di Hannibal non dispiaccia mai abbastanza al buon Will. E, al di là di ogni ragionevole terrore nei confronti della sudditanza mentale verso un serial killer, Hannibal riesce ancora a stupire, anteponendo il bisogno reciproco alla – ormai acclarata – dannosità reciproca dei due protagonisti. Tre anni dopo, un mondo diverso, ma certe cose non sono cambiate: perché, come scrisse Shakespeare in uno dei suoi immortali sonetti, “l’amore non muta con le sue brevi ore e settimane / l’amore resiste / fino alla soglia del Giudizio.”