“Colui che creò l’agnello, creò anche te?”

Queste le parole di Hannibal Lecter (Mads Mikkelsen) nel dialogo telefonico – splendidamente trasposto in un’immaginaria seduta di psicoterapia nello studio del dottore – con Francis Dolarhyde (Richard Armitage), la cui trasformazione nel Grande Drago Rosso è ormai in pieno processo. La frase è una citazione da un componimento di William Blake, La Tigre, che riflette sulla duplice natura della belva feroce, letale quanto meravigliosa. Immediato il parallelo con la condizione di Dolarhyde, enfatizzato dalla scena in cui l’uomo osserva Reba (Rutina Wesley) carezzare una tigre narcotizzata senza alcuna paura. La ragazza percepisce solo la bellezza di Francis, non essendo a conoscenza del suo oscuro segreto e riuscendo, per la menomazione che l’affligge, ad andare oltre alla goffaggine dell’uomo. Anche perché, come sottolinea Hannibal nella prima scena, le stranezze di Dolarhyde sono tutte autoimposte.

Torna quindi potente, in … and the Woman Clothed in the Sun, una delle tematiche più care ad Hannibal: dopo un episodio come … and the Woman Clothed with the Sun, incentrato sulla famiglia, qui viene affrontata la percezione di sé, con un focus specifico su Dolarhyde e, chiaramente, su Will Graham (Hugh Dancy). Il dualismo percettivo è chiaramente riscontrabile anche nella storia di Bedelia (Gillian Anderson), apparentemente vittima della manipolazione di Hannibal e, in realtà, connivente e omicida ella stessa, come dimostra il vivido flashback col suo paziente Neal Frank (Zachary Quinto). La mostruosità di Bedelia, ben enunciata nel dialogo con Will sull’uccellino ferito, esplode in un trionfo di violenza grafica quando la donna infila il braccio nella gola di Neal, palesando oltre ogni ragionevole dubbio la duplicità della donna. La percezione che il pubblico di ascoltatori ha durante la conferenza è quella di un agnello, ma la percezione chiara che ella ha di sé è quella di un diavolo.

Will non ha mai avuto una corretta percezione di sé, e ha creduto di conoscersi meglio nel momento in cui ha accettato di guardarsi attraverso gli occhi di Hannibal; occhi che, tuttavia, hanno sempre visto al di là del contingente, proiettati verso un futuro fatto di potenzialità criminale finora (quasi) del tutto rimasta inespressa. “Sei in grado di commettere atti di violenza motivata perché mosso dalla compassione”, dice Bedelia a Will, annullando di fatto la sovrapposizione tra il profiler e Hannibal, ma esplicitando – come già aveva fatto in altre occasioni – la natura inequivocabile del legame tra i due. “Siamo stati entrambi la sua sposa” dice Bedelia, per poi precisare come la relazione tra lei e il collega cannibale non sia mai stata passionale quanto quella con Will. Ma questa passionalità rischia d’essere la salvezza della dottoressa e la condanna del profiler, come suggerisce la scena in cui Hannibal riesce a ottenere il nuovo indirizzo di Will. Staremo a vedere come l’ingresso di Dolarhyde nel quadro – alla fine dell’episodio c’è il primo, violento incontro fisico tra lui e Will – cambierà gli assetti dei nostri protagonisti: il suo essere l’ennesima pedina nelle mani di Hannibal potrebbe riservare qualche sorpresa. Will ha tentato, invano, di salvare Hannibal; s’illude di poter riuscire, stavolta, a salvare Francis. La fonte letteraria d’origine suggerisce un finale preciso e immutabile, ma non le sue conseguenze, avendo la serie ormai delineato uno scenario ben diverso da quello dipinto nei romanzi di Harris.

Qualunque sorpresa ci riservi la serie di Fuller, giunti ormai a tre episodi dalla fine della terza – e ultima, salvo miracoli – stagione, possiamo sbilanciarci a decretare il costante miglioramento di un prodotto che, sin da subito, si è assunto la responsabilità di levitare qualche spanna sopra lo standard televisivo comune. Se pure il percorso di Hannibal non supererà il 2015, il rammarico per la sua brusca e immeritata fine avrà vita molto più lunga.