“Quando la vita diventerà esasperatamente cortese, pensa a me. Pensa a me, Will.”

Forse persino Hannibal Lecter (Mads Mikkelsen) si è stupito della velocità con cui le sue parole hanno trovato compimento in The Wrath of the Lamb, ultimo folgorante episodio di una delle perle più rare che la storia della televisione ricordi. In realtà, a voler essere puntigliosi, non c’è proprio stato il tempo di tramutare la vita coniugale di Will Graham (Hugh Dancy) e Molly (Nina Arianda) in una tiepida, confortevole ma straziante prigione. Non c’è stato tempo perché il destino del profiler, fin dai primi fotogrammi della serie, comparsi sugli schermi della NBC ormai più di due anni fa, ha portato su di sé un unico, chiaro marchio: quello di Hannibal Lecter. Altrettanto chiaro, anche se emerso maggiormente col passare del tempo e, in modo inequivocabile, solo con la fine della seconda stagione, è il fatto che tale stigma fosse reciproco.

Giunti ormai al termine dell’intreccio tra sogno e incubo tessuto dalle abili mani di Bryan Fuller e ripercorrendone a ritroso le tappe, sorprende l’assoluta coerenza della straordinaria metamorfosi compiuta da personaggi che, sulla carta, sembravano destinati a restare tanto fermi nei propri ruoli da sfiorare l’archetipo fiabesco. E proprio alla fiaba sembrava attingere maggiormente la prima – e più “classica” – stagione della serie. Le carte sono state sorprendentemente rimescolate nella seconda, spiazzante stagione, in cui l’eroe buono Will si piega a usare gli stessi mezzi adoperati precedentemente dal villain Hannibal per ingannarlo e, nelle sue intenzioni, assicurarlo alla giustizia. Con qualche esitazione in più, che già lasciava presagire la deriva etica dell’eroe nella terza, sconvolgente stagione.

 

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Anche in quest’ultima puntata – che rischia d’essere, ahinoi, il finale di serie – il gioco d’inganni tra Will e Hannibal prosegue: Will sembra voler consegnare Hannibal tra le grinfie di Francis Dolarhyde (Richard Armitage), tornato dall’oltretomba dopo aver inscenato la propria morte in linea con il romanzo di Thomas Harris, per poi far fuori entrambi, con l’aiuto di Jack Crawford (Laurence Fishburne). L’inganno c’è, ma è altrove. “Hannibal è innamorato di me?” aveva chiesto Will la scorsa settimana, e la risposta definitiva gli arriva in faccia come una palla da demolizione nel momento in cui Hannibal accetta di inscenare la propria fuga, già conscio del fatto che sì, Dolarhyde lo troverà e probabilmente lo ucciderà. Tornato in possesso della libertà tanto bramata, l’ex psichiatra non tentenna neppure per un minuto e va dritto incontro al baratro (non solo figurato); ma la prospettiva di una morte romanticamente tragica non lo spaventa, se ciò porterà con sé una definitiva e profonda comprensione di Will nei suoi confronti. La loro ultima notte da fuggitivi, in una villa che è l’estrema alcova del loro amore platonico infine esplicitato e corrisposto, strazia il cuore nel suo sfruttare, ancora una volta, i topos del cinema tradizionale per raccontare qualcosa di totalmente nuovo. La musica classica in sottofondo, la calda luce soffusa, il languido sorseggiare vino d’annata tra uno sguardo d’intesa e l’altro: tutto prelude a una scena d’amore che, lo sappiamo bene, non avrà mai luogo. O meglio, che avrà luogo secondo modalità del tutto imprevedibili, in linea con l’assoluta, inestinguibile originalità della serie. Dopo uno strenuo corteggiamento che non si è arreso di fronte a nulla, Will ha fatto la propria scelta non respingendo Hannibal; al termine di un viaggio che è stato anzitutto metamorfosi, si è infine manifestata l’ira dell’Agnello, nella sanguinaria potenza orgiastica dello scontro tra Dolarhyde e il duo di ritrovati amici. Will sa di non poter vivere senza Hannibal né tantomeno con Hannibal, ma giunge anch’egli alla medesima conclusione dell’amico: morire insieme potrebbe essere l’unica soluzione a un rapporto che finirebbe per assomigliare a una perenne croce e delizia.

Che trovi o meno una nuova casa televisiva che le consenta di proseguire il proprio corso – l’ipotesi appare sempre più improbabile, alla luce anche dei crescenti impegni del cast – Hannibal verrà ricordata, su questo non ci sono dubbi. Mai in tv si era vista tanta ricercatezza estetica e filosofica in un thriller, mai la bellezza aveva sfiorato in modo tanto azzardato l’orrore, mai un rapporto sentimentale era stato mostrato in chiave così spietatamente disfunzionale. È questo che sorprende: malgrado tre stagioni passate a ingannarsi, a cercare di uccidersi a vicenda, con danni collaterali che hanno lasciato tutti i protagonisti lacerati in un modo o nell’altro, crediamo davvero alla potenza deflagrante dell’ultimo abbraccio tra questi due mostri – laddove il termine è da intendersi con l’originario significato di “unici”.

La più bella e disturbante love story che la televisione recente ricordi trova dunque il proprio compimento in un’apoteosi di sangue e dolore che è autentica catarsi, e il casto amplesso che la sigilla è l’immagine identica e opposta al tempo stesso di quanto avevamo già visto in Mizumono. Stavolta, tuttavia, è il gesto tra due sodali concordi, due innamorati riconciliati, finalmente fuori dal gioco vittima-carnefice. “Vedi, Will? Questo è tutto ciò che ho sempre voluto per te. Per tutti e due.” “È bellissimo.” E lo è davvero, nella livida luce lunare, su una scogliera erosa dall’Atlantico, tomba di due amanti bizzarri che, come suggerisce la scena finale con Bedelia pronta a mangiare la propria gamba (“Fossi in te farei i bagagli, Bedelia. La carne è di nuovo sul menù” l’aveva avvisata Will), si sarebbero rivelati fenici se la serie fosse stata rinnovata per una quarta stagione. Il sapore di questa conclusione non è del tutto amaro: grazie alla vaga, sublime atmosfera che pervade tutto l’episodio, persino nei suoi picchi più cruenti, aleggia sul volo finale della coppia Will-Hannibal un senso di singolare lieto fine, dovuto in parte alla consapevolezza che, dopo tanto penare, i poli opposti abbiano finito per incontrarsi e fondersi, e in parte alla placida serenità con cui i due uomini si avviano, avvinghiati e per nulla angosciati, verso l’abisso che li aveva metaforicamente chiamati a sé dall’inizio della serie. La caduta è forse meno tragica se si cade insieme? Difficile dirlo. A noi spettatori resta questa domanda a cui rispondere, ciascuno a modo proprio, nella speranza che un colpo di scena che avrebbe del miracoloso consenta allo show di Fuller di sopravvivere oltre The Wrath of the Lamb. Qualora ciò non fosse possibile, rimarrà comunque la confortante consolazione che, in un panorama di serie tv di successo trascinate e stirate ben oltre il proprio limite di rottura, Hannibal sia stato un prodotto la cui qualità è andata crescendo col progredire delle stagioni, in una climax che, per magnificenza visiva, profondità tematica e perfezione attoriale, lo fa brillare di una luce unica e indimenticabile che non perderà il proprio bagliore per molti, molti anni a venire.

 

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