Cavalli al posto delle motociclette, asce al posto delle pistole, e via che si parte con l’ultimo e atteso progetto televisivo di Kurt Sutter, ancora su FX dopo l’amara conclusione di Sons of Anarchy. E c’è l’identità non solo dell’autore, ma anche del network più violento e barbaro che ci sia a sostenere la visione un po’ zoppicante di The Bastard Executioner. I caratteri estremi, la ferocia e le reazioni esagerate come specchio delle psicologie dei caratteri. Tutto questo inserito in una cornice da serie storica, un genere che negli ultimi anni sembra vivere un momento favorevole. I fan di Sutter saranno felici di ritrovare alcuni temi ed elementi tipici, ma per il resto il lunghissimo pilot andato in onda non offre quasi nulla sotto il profilo dell’originalità, affannandosi per quasi un’ora e mezzo nel raggiungere il suo obiettivo.

Sostanzialmente The Bastard Executioner segue una strada diversa rispetto a buona parte dei pilot. Invece di presentarci un episodio tipo su come potrebbe essere lo show, invece di investire sulle storyline principali che verranno sviluppate nella stagione, si inventa una storia di origini. Ci vuole un’ora prima di arrivare a qualcosa di inaspettato, e il resto del tempo rimasto prima di formare il carattere che sarà protagonista della serie. Scelta particolare, coraggiosa da un lato proprio perché inconsueta, ma anche pigra e troppo lineare sul fronte di una scrittura che prende a piene mani dal classico racconto di perdita e vendetta: anche per l’ambientazione, è impossibile non pensare alla storia di William Wallace, anche se già dal terzo episodio dovremmo allontanarci.

La vicenda è ambientata nel XIV secolo. Poche frasi sullo schermo ci presentano le linee guida del contesto storico in cui ci muoviamo, e tanto basta. Re Edoardo d’Inghilterra ha schiacciato la lotta per l’indipendenza condotta dai Gallesi. Alla sua morte, subentrando sul trono Edoardo II, si teme una ribellione, e quindi i baroni inglesi sono lasciati liberi di governare con il pugno di ferro, schiacciando con le tasse e con le lame i gallesi. Wilkin Brattle (Lee Jones), dopo aver militato nell’esercito di Edoardo, depone la spada e si ritira a vita privata, partecipando però a degli assalti agli inglesi insieme ad altri compagni. Seguendo le tracce del gruppo, gli inglesi arrivano al suo villaggio e qui compiono un massacro. A Wilkin rimane solo la vendetta, consumata assumendo l’identità di un boia – uomo violento e orribile, che la moglie non ha difficoltà a rinnegare – e avvicinandosi ai responsabili.

Sutter, anche sceneggiatore dei due episodi, che in realtà proseguono senza soluzione di continuità, stavolta non cerca zone di grigio. Tende ad una rappresentazione che sia la più possibile bianca e nera – come le improbabili, per non dire brutte, transizioni dell’immagine prima del “fade to black” – e di conseguenza rappresenta i suoi caratteri. Già le poche righe iniziali fanno abbondante uso di attributi per indirizzarci sulla visione della serie, e da questo approccio la scrittura non si scosta. I buoni sono buoni, le vittime sono coraggiose e giuste, i cattivi sono soggetti orribili e disgustosi. A regalare l’unico sussulto il personaggio di Katey Sagal, una strega che si staglia in lontananza nella prima ora dello show e che all’improvviso fa la sua apparizione indirizzando il protagonista sul suo futuro. Una rivelazione dell’ultimo secondo finalmente metterà in crisi una storia troppo lineare.

Nel confronto con Vikings, che è il riferimento televisivo principale della serie, la creatura di Sutter finora non può reggere. Manca una visione, mancano le contraddizioni e un conflitto degno di questo nome. Ma è anche vero che presentare un pilot di questo tipo – sarebbe stato molto più interessante iniziare a situazione già definita e poi scoprire in corso d’opera cosa era accaduto al protagonista – mette nella condizione di sorprendere già dal prossimo episodio, che per forza di cose sarà una sorta di secondo pilot della serie. Finisce il prologo, inizia The Bastard Executioner.