Arrivati alla terza stagione di Orange is the New Black il penitenziario di Litchfield è ormai una nuova casa. Per noi più che per le detenute che ormai hanno imparato a considerarla come parte di loro stesse. Essere ancora una volta sul posto, tra le celle aperte, gli uffici, la mensa, il cortile, i ricordi delle protagoniste, significa riprendere immediatamente contatto con un mondo che ha regole e codici propri, non sempre comprensibili, non sempre giusti, ma ormai riconoscibili. Significa rientrare in contatto con un gruppo di protagoniste per, per numero e qualità generale, non ha quasi eguali nel panorama odierno delle serie tv. Significa, infine, tornare dopo una lunga vacanza in contatto con un gruppo di persone particolari e capaci, grazie alla loro individualità, si causare le più diverse reazioni in noi, spingendoci inevitabilmente a scegliere la nostra preferita, quella per cui facciamo il tifo, quella che odiamo, quella che ci è caduta dal cuore.

Tutto è più corale, tutto è più rodato, tutto al tempo stesso è meno spontaneo e più come ci aspetteremmo che fosse. Questa è la terza stagione di Orange is the New Black e, tanto per rompere il ghiaccio, diciamo che è molto difficile fare un confronto con le stagioni precedenti. Perché la serie di Jenji Kohan ha una struttura corale che più corale non si può, e ci sono una decina – forse più – di storyline che vanno avanti per tutta la stagione. Alcune sono più convincenti, altre meno, alcuni flashback sono puro riempitivo, altri sono più riusciti. A prima vista, è la stagione che più ha allargato lo sguardo all’intera struttura che sta alle spalle delle carcerate. Quindi non solo racconti delle detenute, che comunque rimangono al centro di tutto, ma anche la vicenda di Caputo, le rimostranze dei poliziotti che perdono garanzie, addirittura le riunioni del consiglio d’amministrazione.

E la prima domanda che ci si pone è: serviva allargare la visione? Non vogliamo vedere giacche e cravatte, vogliamo vedere l’orange del titolo della serie. Caputo tiene su un po’ tutto, e c’è un momento “Les Miserables” davvero divertente a un certo punto, ma in generale tiriamo un sospiro di sollievo quando torniamo alle detenute e ai loro racconti. Piper, esaurito da tempo il suo ruolo di sguardo esterno sul microcosmo della prigione alla quale non riesce ad adattarsi, fa un ulteriore passo in avanti. O indietro, dipende dal punto di vista. Viene citato Breaking Bad a un certo punto per descrivere la sua involuzione, e in effetti il paragone con Walter White ci sta. Solo in una serie come questa si sarebbe potuto costruire tanto dramma e serietà intorno ad un commercio di slip indossati da detenute da vendere ai pervertiti, ma la storia funziona e serve a raccontare il cambiamento di Piper, che acquista molto in autostima, ma perde in simpatia ai nostri occhi e a quelli delle altre.

Alex si improvvisa allora voce della coscienza, ma anche lei sbaglia, interpreta un ruolo che non può sostenere e infine compromette la sua stessa situazione personale. Su tutto rimane come tema comune in questa terza stagione la ricerca di una redenzione, di qualunque tipo e da raggiungere attraverso qualunque mezzo possibile. C’è la più classica delle conversioni, che inizia come un pretesto per ottenere cibo migliore e invece forse nasconde qualcosa di più vero; c’è il culto da salotto che diventa sfogo per le insicurezze di molte; c’è chi trova conforto nell’aiutare il prossimo e c’è chi riesce a non perseguire la vendetta (Carrie e Doggett, una coppia fantastica); ci sono ripicche e vendette reciproche che finiscono per trascinare due tra le più insospettabili antagoniste che dovranno aspettare la prossima stagione per un chiarimento; c’è chi trova sostegno dall’altro lato di una scrivania (Sam e Red).

C’è dell’altro, ma è impossibile andare oltre un vago riassunto. Manca un’antagonista stagionale come era stata Vee, il cui fantasma viene evocato ogni tanto nelle conversazioni, e tutto viene riportato ad un equilibrio, o almeno all’illusione di un equilibrio, nel bagno collettivo che chiude la stagione e a modo suo riconduce le carcerate a quella purificazione e redenzione che si diceva. Di più non potrà esserci perché non può esserci. È stata una buona stagione per una serie che ormai, anche nelle cadute, procede senza incertezze, con uno stile riconoscibile che l’ha emancipata ampiamente dall’etichetta di Oz al femminile.