È un inferno in terra annunciato, ma non per questo meno traumatico, quello scatenatosi in The Castle, penultimo episodio della seconda stagione di Fargo. Non era facile impressionare il pubblico a seguito della schiera di morti che hanno costellato la vicenda narrata nella serie Fox, ma l’onda anomala di sangue che travolge e stravolge il Motor Motel, un massacro che lascia sul campo i cadaveri di tutti i Gerhardt e di un nutrito gruppo di agenti di polizia, nonché un Hank Larsson (Ted Danson) ferito in modo piuttosto serio da Hanzee (Zahn McClarnon). Quest’apoteosi di brutalità è la giusta quadratura del cerchio per un gruppo di protagonisti che hanno agito, finora, senza preoccuparsi delle conseguenze dei loro gesti o, peggio ancora, basando i propri piani su informazioni erronee, frutto di malintesi e inganni. A nulla valgono i tentativi dell’unico illuminato che riesca a leggere i prodromi del disastro, un Lou Solverson (Patrick Wilson) velocemente scortato al confine e altrettanto velocemente tornato a Sioux Falls, giusto in tempo per far fuori Bear Gerhardt (Angus Sampson) sotto la luce fredda e inquietante di un disco volante.

A nulla vale la flemma britannica della voice over di Martin Freeman, tornato a Fargo dopo la spettacolare performance regalataci nella prima stagione; il prologo dal sapore quasi fiabesco non sminuisce la cieca violenza narrata in The Castle, annunciata nel polveroso tomo che segue la scia di sangue del massacro di Sioux Falls, ma anzi ne accentua la rilevanza “storica” con una sottile vena d’ironia. Il caos regna, per dirla con Von Trier, e il nonsense è il suo primo ministro, perfettamente incarnato dall’inettitudine della polizia locale, a partire dal capitano Cheney (Wayne Duvall), capofila degli idioti in una stagione prodiga di individui non proprio brillanti. L’intera operazione pianificata da Cheney, che mette a repentaglio la vita di Ed Blomquist (Jesse Plemons) senza un valido motivo, è alla base del bagno cruento al Motor Motel, e tramuta Sioux Falls nel terreno di una guerra miope; ma il capitano non ammette obiezioni, e la sua intransigente cecità è il più veloce lasciapassare per la tomba.

Tra gli elementi più interessanti della sparatoria di The Castle c’è, senza dubbio, la sua matrice anticatartica, che priva il massacro di qualsiasi epicità. Non c’è vera risoluzione nello scontro, né tantomeno l’anelato senso degli eventi avvenuti nei precedenti episodi. I Gerhardt escono di scena in modo spettacolare ma non glorioso, con Floyd (Jean Smart) accoltellata da uno dei suoi uomini più fidati – e va detto che la storia della matriarca dei Gerhardt avrebbe meritato, di per sé, un intero spin-off – e Bear trapassato in modo quasi slapstick da un proiettile durante la colluttazione con Lou: ma lo scontro tra i due uomini non è la resa dei conti tra due antichi nemici, come la tradizione letteraria vorrebbe. Bear, dopo aver visto la madre riversa sull’asfalto, deve proiettare il proprio odio su qualcuno: Lou si trova sul suo cammino, ma è un mero capro espiatorio.

The Castle mantiene quindi le promesse seminate finora, senza però sacrificare quel gusto per l’assurdo che è l’ingrediente segreto della riuscita di Fargo. Tutti gli eventi bizzarri a cui abbiamo assistito finora hanno portato al massacro di Sioux Falls, è vero, ma resta la sensazione che la macchina della violenza si sarebbe comunque mossa a prescindere dall’incidente in cui Peggy Blomquist (Kirsten Dunst) travolse Rye Gerhardt. L’ineluttabilità va qui a braccetto con l’insolito, senza sconfinare mai nell’improbabile, ma garantendo anzi alla serie Fox un realismo che è solo di chi ha osservato a lungo e con attenzione la vena di follia che è propria del genere umano.

Quello che Noha Hawley ci racconta è un mondo in cui la gente muore per odi antichi, seminati nel corso di decenni o secoli; un mondo in cui il placebo viene somministrato a una giovane madre rinvenuta priva di sensi dalla figlioletta che voleva mostrarle un disegno; un mondo in cui la miccia della violenza viene accesa da un uomo – Hanzee – le cui motivazioni rimangono in gran parte oscure. Un mondo, quindi, in cui la discesa di un UFO è solo uno tra i tanti elementi imprevedibili, e lascia la scena senza aver donato alcuna consolatoria risposta al caos che si agita al di sotto di esso. Non risolve nulla: è solo un agglomerato di luce e mistero in un campo di battaglia governato dell’assurdo. “È solo un disco volante, Ed. Dobbiamo andarcene” dice Peggy al marito, comprensibilmente perso nella contemplazione dell’UFO, ma la giovane è ormai lanciata nella propria missione; giusto che i due sposi sopravvivano al massacro, in virtù della tanto agognata autoconsapevolezza che, seppur nella sua oppiacea fallacità, potrebbe davvero rappresentare la chiave della salvezza per Peggy e il suo goffo maritino. Staremo a vedere cosa ci riserverà il finale: per il momento, ci basta sapere che l’unico approccio vincente di fronte al caso beffardo è quello di una parrucchiera insoddisfatta che, priva di qualsiasi entusiasmo per la sua situazione presente, volta le spalle al passato senza pensare, ma limitandosi a essere.