Seppur zoppi, si va avanti. Appurato che, giunti all’ottavo episodio, nulla può realmente arrestare la caduta libera di una serie in tutto e per tutto fallimentare come Shadowhunters, in Sangue Cattivo vengono introdotti elementi spuri rispetto alla saga letteraria; elementi che, nelle intenzioni, sembrerebbero volti a rimpinguare una trama di per sé piatta come un mare con calma di vento. Vediamo infatti Clary (Katherine McNamara) di fronte a una scelta drammatica: uccidere – definitivamente – Simon (Alberto Rosende) o lasciare che si compia la sua trasformazione in vampiro. Un bivio tragico, almeno sulla carta, che trova aggravante nella pressoché totale indifferenza con cui la ragazza ha trattato il suo presunto migliore amico negli ultimi episodi, annebbiata dagli scontri coi demoni e, più spesso, dai bicipiti del suo compagno Jace (Dominic Sherwood). Vorremmo poter provare un moto d’empatia nei confronti della dilaniata protagonista, ma la già in precedenza bistrattata verve recitativa di McNamara non giova al nostro intento.

Fortuna che ci pensa l’altalenante Alberto Rosende a creare un minimo sindacale di legame pubblico-serie, grazie a una performance che, in particolare dopo la sua “resurrezione” da vampiro, rappresenta l’apice emotivo di Sangue Cattivo. Se calata in un contesto meno infimo, attorialmente parlando, la sequenza al cimitero potrebbe vantare uno spessore emozionale che, finora, non si era di fatto mai visto nella serie di Freeform; ma non basta l’impegno di Rosende a nobilitare del tutto la scena, che finisce come al solito schiacciata da dialoghi scialbi e, ahinoi, dalla ben nota inettitudine della McNamara – coadiuvata da uno Sherwood mai stato tanto svogliato.

C’è del buono, però: Raphael (David Castro). A fronte di personaggi tagliati con l’accetta, fa piacere notare un barlume di speranza attraverso un personaggio leggermente fuori dagli schemi – certo, il vampiro cattolico non è di certo una trovata innovativa, ma spicca nella quasi totale banalità psicologica del resto dei personaggi. La simpatia naturale nei confronti di Raphael è probabilmente legata alla sua rapida vittoria contro l’assai detestabile Camille (Kaitlyn Leeb), in barba alle tempistiche riportate nei libri di Cassandra Clare, ormai ampiamente tradite.

Vampirizzazione di Simon a parte, l’altro grande elemento di sorpresa – soprattutto per i fan della saga – è l’arrivo di tal Lydia Branwell (Stephanie Bennett), personaggio creato dal nulla per l’adattamento televisivo, e che a pochi minuti dal suo arrivo sul piccolo schermo riesce a imporsi sui Lightwood, a svelare ad Alec il coinvolgimento dei suoi genitori col Circolo e a beccarsi persino una proposta di matrimonio strategica e onestamente scevra da qualsivoglia romanticismo da parte di quest’ultimo. Come ingresso in scena, non c’è male; vedremo come gli sceneggiatori avranno intenzione di sviluppare questo pignolo controllore in gonnella.

Non c’è molto altro da dire su Sangue Cattivo: a nulla vale vedere per l’ennesima volta Valentine (Alan Van Sprang) soliloquiare con l’inerme moglie Jocelyn (Maxim Roy) nella sua bara di fluttuante liquido verde stile Slimer. La minaccia rappresentata dal sedicente perfido villain è fiacca e priva di mordente, malgrado l’attacco sferrato ai licantropi grazie a due mostruose creature frutto dei suoi esperimenti con sangue angelico. E la scena tra Clary e la famiglia di Simon resta, a ora, un mistero sia per utilità che per dinamica. Non sappiamo a cosa sia servita, non sappiamo come sia finita. Come se non bastasse, un altro filler ci viene offerto dalla storiella del falco raccontata da Jace a Clary; se l’intento era di commuovere la ragazza attraverso un tragico trauma infantile, il colpo è decisamente andato a vuoto. In un orizzonte disseminato di bersagli mancati, la cosa non stupisce più di tanto; ma l’unica costante di Shadowhunters sembra ormai rappresentata dai suoi errori e dal suo girare a vuoto senza riuscire a trascinare lo spettatore da nessuna parte, lasciando che la sua attenzione annaspi alla disperata ricerca di un appiglio inesistente.